Gli eroi in bianconero: Giuseppe ZANIBONI

di Stefano Bedeschi
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Nasce a Stagno Lombardo, in provincia di Cremona, il 13 marzo 1949; libero o stopper a seconda delle esigenze tattiche, Zaniboni si distingue per la tendenza a marcare l’avversario, privilegiando l’anticipo sulla palla al controllo arcigno e prettamente fisico. È uno stopper di quelli gentili, che non tira calcioni: «Sono nato come libero, ma alla fine ho sempre fatto il marcatore. Ero uno che prendeva gomitate più che dare calci». Cresce nelle giovanili della Cremonese, facendo il suo esordio in Serie B nelle file dell’Atalanta, che lo acquista nella stagione 1968-69: «Ho iniziato da giovanissimo con la maglia della Viscontea a San Sigismondo. Mi piaceva giocare, ma tutti i giorni andare a scuola in bicicletta da Stagno, andare ad allenarsi e tornare a casa era dura. C’erano tanti ragazzi e alla fine è stato mister Bergonzi il mio talent scout; dopo una sola stagione lui è passato alla Cremonese e mi ha voluto con sé. Sono restato due anni tra giovanili e prima squadra e poi sono passato all’Atalanta. Quello è stato il primo vero affare del presidente Domenico Luzzara; sono andato con lui a Bergamo al ristorante Capello d’Oro. Alla fine, l’affare si è chiuso sulla base di una ventina di milioni».
A Bergamo nasce il suo soprannome: «L’idea venne da Marchetti, che mi appioppò Bocciolo, perché diceva che ero uno che non fioriva mai. A Bergamo ho trovato un ambiente ideale: a parte i compagni, tutti mi hanno aiutato molto, dirigenti e allenatori. Tra l’altro, ho potuto continuare gli studi, sino alla quarta geometri. Nel 1969-70 sono riuscito a farmi notare, prima nel Torneo Giovanile di Sanremo e poi in campionato, dove ho giocato in tutto ventinove partite, come libero, stopper e terzino. Poi, in estate, è venuta la Juve».
In quello stesso anno indossa la maglia azzurra, giocando nella Nazionale Under 21 e nella rappresentativa olimpica, sotto la guida di Azeglio Vicini: «Azeglio mi ha sempre voluto con lui nella Nazionale Olimpica; è stato uno degli allenatori più importanti, con Rota e Picchi. Ho giocato nella Juniores con gente come Marchetti, Paina, Vecchi e Turone; poi nell’Under 21, a Udine, dove battemmo la Romania con un goal di Pulici; ho anche una presenza nella Preolimpica e una nell’Under 21 di Serie B».
Nell’estate del 1970, è acquistato dalla Juventus ma, complice una malattia diagnosticatagli all’inizio del campionato, disputa solo sei partite: «Mi dissero che avevo la leucemia e che avevo poche speranze. Ero appena arrivato alla Juventus ed è stato un brutto colpo per me e per mia moglie. Poi alla fine mi curarono, ho fatto un po’ da cavia su nuovi farmaci. Alla fine la scoperta che era solo mononucleosi, poi il recupero».
L’anno successivo, è prestato al Mantova per riprendere confidenza con l’attività agonistica: «Non è stata una stagione tanto buona, a dire il vero. Per carità, compagni e pubblico simpaticissimi. Lucchi bravo allenatore, ma e stata un’annata tutta storta. Il Mantova, alla fine è tragicamente retrocesso in B, anche se di gente in gamba ne aveva parecchia, dai miei amici Petrini e Panizza a Maddé, Nuti e Carelli. Pazienza: è stata comunque un’esperienza interessante, che mi ha permesso di prendere maggiore confidenza con la Serie A. Con il Mantova, infatti, ho giocato quindici volte da titolare e tre da tredicesimo. Senza contare che, a Mantova, mi sono sposato. Annata per niente persa, dunque. Anche se, alla Juve, è un’altra cosa».
Terminata quella stagione, ritorna a Torino, dove vince lo scudetto 1972-73, totalizzando solamente quattro presenze in Coppa Italia: «Con la Juventus ho tanti bei ricordi, ma anche due grosse delusioni. Abbiamo perso l’ultima edizione della Coppa delle Fiere senza mai perdere una gara; in finale abbiamo pareggiato 2-2 in casa con il Leeds e 1-1 in Inghilterra. Due anni dopo siamo stati sconfitti a Belgrado nella finale di Coppa dei Campioni con l’Ajax 1-0 con goal di Rep; ed anche in Coppa Italia, altra delusione in finale con il Milan in Coppa Italia ai rigori. Ma ho anche avuto la grandissima soddisfazione della vittoria del campionato, nel 1972-73, quando il Milan perse 5-3 a Verona e noi vincemmo con la Roma. Il periodo juventino è stato bellissimo; una volta eravamo in pullman seduti vicini io, Bettega e Savoldi. Bettega faceva lo stupido con una moneta da cento lire, alla fine l’ha ingoiata senza volerlo; morivamo dal ridere, è stato addirittura operato».
È ceduto a titolo definitivo al Cesena, nell’estate del 1973; nel club romagnolo rimane per cinque anni, salvo una parentesi a Monza, nella stagione 1976-77. A causa di un grave infortunio, conclude l’attività agonistica nel Forlì, in Serie C1, per poi proseguire a livello dilettantistico: «Mi sono rotto i legamenti del ginocchio a Cesena; operato e guarito, ma con quarantasette punti di sutura e una corsa non più regolare. Dopo quell’operazione è stato un continuo tra strappi e stiramenti fino a che ho deciso di lasciare. Sono finito, per divertimento, a fare il dilettante nella Victor di Cremona».
Dopo il calcio Zaniboni si è dedicato al commercio, con la moglie Mirosa. Prima con una bella confetteria e poi con una tabaccheria, sempre a Cremona: «Penso che se non avessi fatto carriera nel calcio avrei fatto il geometra. Ho studiato al Vacchelli, sono arrivato fino al quarto anno. Era difficile studiare e allenarsi e, spesso, il preside non mi concedeva il permesso di partecipare alle sedute pomeridiane, durante i periodi scolastici. Il calcio mi ha dato tanto, ma la vita è lunga e non si può smettere di lavorare così giovane».

 


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