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Il realismo che Pirlo non può avere. Appesi a Ronaldo, frenati da Ronaldo?

di Ivan Cardia
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A che punto l’allenatore della Juventus può dire di non credere più allo scudetto? Mai. A che punto un tifoso della Juventus può smettere di credere allo scudetto? Mai. A che punto, guardando oggettivamente alla situazione della Juventus, si può dire che lo scudetto è diventato una chimera? Quando hai dieci punti dal primo posto e due dal quinto. Il realismo è quello che in questo caso Pirlo non può e non deve avere: finché non ci penserà l’aritmetica a escludere la Juve dalla corsa, l’obiettivo non può che essere quello. Giusto così, qualsiasi altra parola sarebbe stonato. Ma è la stagione dei bianconeri a raccontare di un percorso troppo accidentato per crederci ancora. L’Inter ha un’autostrada davanti a sé, non c’è ragione per cui si debba fermare, e il Milan che tutti davano per finito si è già ripreso, persino più forte senza Ibrahimovic in campo.

Guardarsi le spalle, per la Juve degli ultimi dieci anni, è un’eresia. Oggi quasi un dovere: le distanze di cui sopra sono falsate dalla famosa partita col Napoli. Data fin troppo per scontata: i ragazzi di Gattuso non incantano, ma non andranno a Torino per visita di cortesia. Così, se non può rinunciare allo scudetto, a oggi la classifica della Vecchia Signora (e alcuni inciampi, a partire dai due contro il Verona) dice che le inseguitrici sono pericoli concreti e fin troppo vicini. Il risultato? Cambia poco, la solita retorica: guardare alla prossima partita, provare a vincerle tutte. Ma, se in un’annata così strana (e oggettivamente così condizionata dai troppi infortuni) lo scudetto può sfuggire, ben altro discorso per la qualificazione Champions: non scherziamo. Poi il banco di prova, anche se qualcuno non è d’accordo, sarà il ritorno col Porto e il resto del percorso europeo. Non sarà squadra dalla grande continuità, quella bianconera di oggi, ma può essere squadra da grandi partite.

Cresce, intanto, il partito di chi individua in Cristiano Ronaldo un problema per la Juve. È un bel paradosso. Si può davvero definire così il giocatore migliore in squadra, numeri alla mano? Quello che in fin dei conti sta tirando la carretta, anche a costo di non rifiatare in un periodo decisivo della stagione? No. CR7 resta un valore aggiunto, meglio averlo che non averlo. E per la cronaca fuori dal campo ha rappresentato un salto non da poco: lasciamo da parte il conteggio delle magliette, l’affare del secolo ha detto che la Juve può sedersi al tavolo delle grandi, che può arrivare a chiunque perché ha convinto il cinque volte Pallone d’Oro a trasferirsi a Torino. Il rovescio della medaglia, però, è che l’arrivo e la presenza di Ronaldo hanno frenato la crescita di altri giocatori. Vuoi anche per loro mancanze. E che la strada intrapresa non è stata coerente: puntare sul fuoriclasse più accentratore del calcio mondiale e poi inseguire un calcio associativo è un controsenso nel quale la Juve si è avvitata dall’addio di Allegri (che aveva indicato la strada di una mezza rivoluzione verde, ovviamente attorno a Cristiano) in poi. Così, discutere Ronaldo non vuol dire discutere il calciatore in sé, ma la squadra che gli è stata costruita attorno. Materiale di riflessione: alla fine i nodi vengono al pettine.

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Lunedì 12 aprile 2021
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