Gli eroi in bianconero: Sergio CERVATO

di Stefano Bedeschi
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Figlio di contadini, è nato a Carmignano di Brenta (PD), il 22 marzo del 1929 ed è scoperto diciottenne nel Bolzano dal maestro Luigi Ferrero; tre anni dopo è già in Nazionale. È uno di quelli dello scudetto fiorentino ma i tifosi viola lo lasciano partire senza clamorose contestazioni. Cervato sta per compiere trent’anni e sembra un vecchio combattente pieno di ferite: ha avuto guai a un piede (il famoso piede freddo che, a suo tempo, aveva bloccato anche Meazza) e si dice che fosse troppo spesso esposto a strappi muscolari. Anche in Nazionale, dopo venticinque partite, non è più titolare: lo sostituisce un tracagnotto della sua stessa stazza, Gaudenzio Bernasconi, centromediano della Sampdoria. La Juventus lo acquista nel 1959, per cinquanta milioni. In quegli stessi giorni il Bologna ingaggia Campana per ottanta e la Roma, con la stessa cifra, Manfredini detto Piedone. Siamo alla vigilia del boom economico, una Fiat 1100 lusso, appena presentata al salone di Ginevra, costa poco più di un milione di lire.
Dopo aver giocato per anni a sinistra componendo, nella Fiorentina, con Magnini una formidabile coppia, si sposta al centro e assume un ruolo più idoneo al suo stile. Ha nello slancio la sua arma migliore, è veloce e intelligente, con una visione ben precisa del gioco difensivo, dove l’eleganza è pari alla decisione. Sono rimasti famosi certi suoi salvataggi che sembravano disperati e invece venivano da fulminee intuizioni, scatenando applausi insoliti per un difensore, di norma riservati a goleador o a portieri. In una partita contro il Brasile, a San Siro, nel 1956, il centromediano verdeoro Orlando è solo in piena area, davanti alla rete di Viola. Gli 80.000 spettatori hanno il cuore in gola, sembra un goal inevitabile, quando Cervato sbuca all’improvviso soffiando in un lampo, con una spaccata meravigliosa, la palla dal piede del brasiliano. Un boato di riconoscenza saluta il salvataggio. L’Italia vince 3-0 e quell’intervento è rimasto indimenticabile.
Dice di lui Caminiti: «Aveva un modo di contrare che era azzannare, non c’era possibilità che si distraesse e in campo, infatti, non sorrideva mai, più spesso digrignava i denti; era rude alquanto ma perché al calcio una volta i terzini si occupavano di rilanciare il pallone e si impegnavano, si studiavano di farlo come si facevano una volta le porte e le finestre, cioè solide, forti, e solida e forte era la pedata, i meno braci alzavano il pallone a campanile, i più bravi, come Cervato, davano al pallone le giuste traiettorie. Calciava le punizioni con mirabile effetto. Può essere considerato uno dei più grandi terzini della storia. Lo confermò, anche da stopper, nella Juve».
Cervato è famoso anche per i goal che segna; è il prototipo del difensore-cannoniere, grazie ai suoi micidiali tiri piazzati: i rigori, che ha imparato a battere inesorabilmente dopo qualche errore di gioventù (uno dei primi, calciato lontanissimo dai pali, lo aveva sbagliato proprio contro la Juventus), ma soprattutto le punizioni. Prende una breve rincorsa e lascia partire tiri che raramente i portieri fanno in tempo a vedere; spesso restano impalati, impotenti, mentre il pallone si infila lassù, nell’angolo fra il palo e la traversa. Proprio con un goal nel sette, si presenta al suo esordio in maglia bianconera. È la finale di Coppa Italia, che allora si giocava in settembre: a San Siro la Juventus travolge l’Inter per 4-1 e Cervato è il cannoniere della giornata, segnando, tra quelli di Charles e Sivori, due goal, il primo, appunto, su punizione e il secondo su rigore. La Juventus di quella stagione è allenata da Renato Cesarini e vive un momento particolare: c’è Boniperti che non gradisce il ruolo di ala destra e sembra addirittura sul punto di cambiare società.
È chiamato a rafforzare una difesa tutta nuova e impostata su due giovani di talento, Castano e Benito Sarti. Qualcuno nutre perplessità sulla tenuta del vecchio difensore: lui risponde disputando ad alto livello tutte le trentaquattro partite del campionato e segnando sei goal (uno appena in meno di Boniperti) come contributo personale alla conquista dello scudetto. Riprende anche il suo posto in Nazionale, disputando tre partite, l’ultima delle quali a Barcellona, contro la Spagna di Suárez e Di Stéfano nel marzo del 1960.
Nella sua seconda stagione juventina Cervato è di nuovo tra i protagonisti. Gioca ventotto partite e segna un solo goal, su rigore, riprendendo in qualche occasione l’antico ruolo di terzino. La Juventus vince la Coppa Italia, contesa in finale proprio alla Fiorentina e lo scudetto, difeso in molte risse con l’Inter di Herrera. Così quando Cervato lascia Torino, può vantare un en plein davvero straordinario: in due stagioni vince due Coppa Italia e due campionati.
Finisce la carriera nella Spal, dove gioca altri quattro campionati, continuando a segnare, con le sue micidiali punizioni, altri goal. Il destino, però, vuole che l’ultimo pallone messo in rete dal terzino cannoniere sia un autogoal, allo stadio Olimpico contro una Roma che schiera un De Sisti ventunenne.

 


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