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Gli eroi in bianconero: Sergio BRIO

di Stefano Bedeschi
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2 marzo 1983. La Juventus è di scena a Birmingham per l’andata dei quarti di Coppa dei Campioni. Fa freddo, tanto freddo. Durante il riscaldamento, si cerca di far fronte alle intemperie coprendosi il più possibile. A un certo punto, i bianconeri notano un calciatore dell’Aston Villa che scalda i muscoli in canottiera. È Peter White, colui che ha segnato il goal che ha steso il Bayern nella finale della Coppa dei Campioni, il 26 maggio 1982 a Rotterdam.

Peter White è uno che non ha paura di nulla, è un armadio. Sfidare il clima in quel modo, è un messaggio chiaro, è un guanto di sfida nei confronti di Sergio Brio, l’uomo che dovrà prendersi cura di lui. I calciatori della Juve fanno notare al gigantesco stopper leccese che il suo avversario è uno tosto, lo canzonano un poco e ne provocano la reazione. Brio rientra negli spogliatoi, e ne esce a torso nudo, completando così la fase di preparazione alla battaglia.

White capisce di aver trovato un osso più duro di lui. In campo, se le danno di santa ragione, l’inglese è anestetizzato con le buone e con le cattive dal trampoliere bianconero. La Juve vince per 2-1. A fine partita, senza tanti convenevoli, Sergio avvicina il centravanti: «Ci vediamo a Torino», sono le sue uniche parole.

Quando arriva alla Juventus, deve raccogliere l’eredità di Francesco Morini, ma non si spaventa affatto e si ambienta subito, come se avesse sempre fatto parte della famiglia juventina. Sergio Brio è l’emblema della potenza, un gladiatore per antonomasia, che da molta più importanza all’efficacia, piuttosto che allo stile. Non soltanto in campo, ma anche nella vita: pochi hanno subito una serie così grande di infortuni, ai quali ha sempre risposto con una volontà notevole.

Nasce a Lecce, il 19 agosto 1956. Alto 192 centimetri per ottantaquattro chili, è un generoso e un umile, per natura e per estrazione sociale. Ama definirsi un prodotto del Sud, per spiegare la sua vocazione al sacrificio, la sua grande dedizione al lavoro: «A quattordici anni, ero già molto alto e in famiglia i miei si preoccupavano. Temevano fossi malato. Invece ero sanissimo e proprio i medici mi predissero un futuro nello sport, in qualsiasi tipo di disciplina sportiva». Scelse il calcio e fu la sua fortuna: «La malattia del calcio l’ho avuta fin da bambino, basta chiedere a mamma e a papà quanti vetri ho mandato in frantumi con le mie pallonate».

La Juventus lo preleva dal Lecce nell’ottobre 1974 e lo manda a farsi le ossa nella Pistoiese (1975-76 in C, ventiquattro partite e due goal; 1976-77 ancora in C, trentacinque partite e tre goal; poi in B nel 1977-78, trentasette partite). Appena rientrato a Torino, Brio conquista la maglia da titolare, con la quale debutta il 18 marzo 1979, Juventus-Napoli 1-0. All’esordio gli tocca marcare Beppe Savoldi, che a quei tempi è uno dei più forti attaccanti in circolazione; ma il giovane difensore se la cava egregiamente.

Da quel giorno, Brio ha fornito alla squadra bianconera un contributo fondamentale nella conquista di quattro scudetti, di tre Coppa Italia e di tutte le coppe internazionali (Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe, Coppa Uefa), collezionando 379 presenze.

Spesso, durante la partita, Brio diventa l’attaccante aggiunto della squadra bianconera: i suoi goal (ventiquattro in totale) sbloccano le situazioni più complicate: «Il mio debutto nel Lecce, non è stato come stopper ma come centravanti; fu poi Adamo a collocarmi in posizione difensiva. Ho segnato perfino di piede. Così chi sosteneva che so usare solo la testa ma con la palla a terra ci so fare poco, è stato smentito. Certo riconosco di non essere un piede fino, però mi sono ricordato che, da ragazzino, nelle giovanili del Lecce facevo il centravanti!».

Fu Adamo, il suo primo maestro, a trasformarlo in roccioso stopper. Una scelta felice: «A me nessuno ha mai regalato nulla. Ho sempre dovuto conquistarmi tutto soffrendo. Quando sono arrivato a Torino, non mi sono mai seduto sugli allori, sono cresciuto alla scuola di Adamo, il quale non smetteva mai di ripetere che la via del successo la si percorre solo con le maniche rimboccate».

Nella sua carriera riceve spesso critiche pesantissime come quelle che lo indicava inadatto a indossare la maglia della Juventus: «Ho sempre avuto fiducia nelle mie forze, nel mio carattere, che non si piega facilmente».

Sergio tira diritto per la sua strada e nemmeno tre infortuni gravissimi riescono a fermarlo, anzi ne rafforzano la tempra di combattente. Il primo serio incidente è datato 16 aprile 1980. A Vado Ligure, in amichevole, il gigante bianconero si procura una distorsione al ginocchio sinistro con interessamento dei legamenti. Deve rimanere un anno intero lontano dai campi di calcio. Dopo questa terribile avventura, la serie nera prosegue con una catena di impressionanti incidenti: l’11 novembre 1983, ad Alba, sempre in amichevole, si procura uno stiramento alla coscia sinistra: fuori un mese e mezzo.

Il 19 agosto 1984, ancora in amichevole, a Parma, altro duro colpo: tentando un colpo di tacco, si procura una brutta distorsione al ginocchio destro. Fatica molto a guarire, ma dopo due mesi rientra e gioca contro l’Ilves in Coppa dei Campioni e contro il Milan in campionato. Ma il ginocchio non è guarito e il 15 ottobre Brio viene operato di menisco. Un altro mese di attesa, ma non è ancora finita: nel marzo 1985, lo stopper si scontra (a Praga, in Coppa dei Campioni) con il suo compagno Scirea. E rimedia, con una curiosa frattura frontale, tre settimane di sosta.

Meriterebbe sicuramente un oscar della sfortuna e del coraggio, poiché torna in campo più forte e più determinato di prima: «Se mi fossi lasciato andare, se non avessi più combattuto, sarei finito in Serie C, a implorare una maglia. Mi ha salvato la grinta. Mi ha salvato anche, lasciatemelo dire, l’aver trovato una società come la Juventus. Boniperti e Trapattoni non mi hanno mai messo premura, mi hanno aiutato a guarire bene ogni volta, mi hanno aspettato. In questo, sono stato davvero fortunato. Ecco perché tutti i miei successi li dedico a chi ha avuto fiducia. Senza un simile appoggio morale, non si sarebbe parlato tanto di me».
 


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