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Gli eroi in bianconero: Robert JARNI

di Stefano Bedeschi
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Fra gli ex di Juventus e Torino – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia Bianconera del 17 febbraio 2018 – trova posto anche Robert Jarni: il croato ha giocato una sola stagione sia in bianconero che in granata, ma la sua carriera è stata comunque ricca di soddisfazioni. Non completamente compreso sotto la Mole, il biondo di Čakovec, classe 1968, ha comunque messo insieme una carriera lunga e decorosa, che l’ha portato a vestire le maglie di otto club: fra questi, anche il Real Madrid, con il quale ha vinto la Coppa Intercontinentale nel 1998.
Con la sua nazionale, Jarni ha collezionato ottantuno presenze, vestendo la fascia da capitano e togliendosi il lusso di segnare anche un goal alla Germania a Francia 98, quando i “vatreni” conquistarono il bronzo mondiale facendo tremare i padroni di casa in semifinale.
Robert s’illustra nell’Hajduk, il Bari lo nota e lo fa suo nell’estate del 1991. Il ragazzo piace, e sale un altro scalino nella piramide del calcio italiano: nel 1993 passa al Toro. In granata milita il tempo di un solo campionato: nel 1994 passa alla Juve. Un trasferimento che lo esalta: da sempre, Jarni è un ammiratore della Vecchia Signora. In bianconero, deve scontrarsi con la regola all’epoca in vigore: tre stranieri in campo, non uno di più. Lippi può già avvalersi di Sousa, Kohler e Deschamps: tutto considerato, non si può certo fare una colpa al tecnico viareggino se rinuncia spesso e volentieri al croato e si affida a un altro laterale come Orlando, più dozzinale di Jarni ma comunque garante di solidità e continuità di rendimento.
Pur se le sue prove non hanno lasciato tracce inscalfibili nella nostra storia, Robert Jarni era un gran bel giocatore. Disponeva di un mancino di tutto rispetto, potente e preciso, che sciorinava dopo essersi ottimamente coordinato. Le sue fughe lungo la fascia erano belle a vedersi quanto fruttifere: i suoi cross, piazzati in corsa da fondo campo, non erano mai traversoni casuali; piuttosto, parabole taglienti, atte a creare scompiglio nelle retroguardie avversarie. Un bel motore, una bella falcata contraddistinguevano il suo gioco, un gioco più votato alla proposizione che al ripiegamento. Ma anche dietro, grazie a un tackle scivolato di rango, riusciva a farsi intendere.
Robert Jarni era un terzino sinistro degli anni Novanta: quando i terzini si osavano ancora definire tali e non solo esterni bassi ed erano, specie quelli operanti sulla fascia sinistra, dotati della stessa spinta propulsiva di un’ala di ruolo.
«Me ne andai al Betis in accordo con la società: alla Juve non avrei potuto giocare con continuità, gli altri stranieri erano degli alieni; rimanendo a Torino avrei perso anche la nazionale per Euro 96. La “sentenza Bosman”, infatti, avrebbe fatto giurisprudenza solo dal 1996-97. Il mio score in bianconero comprende solo trenta presenze e una rete, ma è impreziosito da due importanti vittorie di squadra: campionato e Coppa Italia. La Juve era una macchina perfetta, ogni giocatore doveva solo pensare alla salute e ad allenarsi. Accanto al presidente Bettega, c’era Giraudo che faceva quadrare i conti, e c’era Moggi, che aveva competenze sotto tutti i profili. La Famiglia Agnelli si era dotata di un formidabile gruppo dirigente. All’epoca, Andrea era giovanissimo, ora è a capo del team sabaudo in veste operativa: devo dire che si sta comportando alla grande, la Signora è sempre un modello di organizzazione. Seguo ancora con simpatia le vicende della Juventus, anche se confesso che mio figlio Janus parteggia per i bianconeri più di me».
 

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