Gli eroi in bianconero: Pio MARCHI

di Stefano Bedeschi
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«Era approdato alla Juventus nel 1913, dopo aver giocato in molte squadrette anche contemporaneamente, insieme al fratello Guido – scrive Piera Callegari sul suo libro “La Juventus” – I fratelli Marchi furono, per la Juventus, molto più che validi giocatori, specialmente Pio, il primo, chiamato Velivolo o Aviatik per le bande del paraorecchie che gli svolazzavano ai lati della testa mentre correva. Pio era un tipo riflessivo e perspicace, che coltivava una straordinaria passione per il calcio, e non soltanto a titolo personale. Il suo sguardo penetrante, filtrato attraverso gli occhiali, seguiva con attenzione l’attività delle piccole squadre, pronto a cogliere i segni di qualche talento da assicurare alla Juventus. Doveva vederci chiaro, perché un giorno mise gli occhi su un giovanissimo che gli parve assennato segnalare ai suoi dirigenti. Era un moretto di taglia media, un certo Combi. La società bianconera gli è sempre stata riconoscente per questa sua opera di osservatore, che uno dei campi di allenamento era intitolato a suo nome. E l’altro, si chiamava Combi. Pio Marchi portava gli occhiali, giocava sempre di testa e di lenti a contatto certo allora non si parlava. Una volta “Hurrà” scrisse di lui, dopo un incontro, che era rimasto ben sessantasette dei novanta minuti in aria! Più velivolo di così!».

RENATO TAVELLA, DAL SUO LIBRO “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”: Con attenzione aggiusta gli occhiali, ascolti pareri e direttive, è disponibile a giocare dove gli si dice di mettersi. Si sa che predilige i colpi di testa che, a dispetto delle lenti calate sul naso, ama saltare di qua e di là senza curarsi più di tanto degli urti e delle spintonate degli avversari. Dà il meglio di sé in aria e appunto per questo lo chiamano Aviatik. Nel piccolo mondo del calcio cittadino ancora non si è spenta l’eco delle meraviglie che riesce a combinare quando volta sempre più in alto. Dalla vicina cittadina di Carmagnola dove era nato, al cortile di San Giuseppe, alla squadra dell’Italia che si cimentava pure essa nella generosa Piazza d’Armi, le sue prestazioni si erano succeduto come l’impeto di una vera e propria escalation. Mezzo destro o sinistro, centroavanti, ala, mediano, persino terzino, non c’era ruolo in cui non sapesse esprimersi con profitto. Quando poi nel 1913, con le sue rincorse librate nel cielo, contribuisce a porre il sigillo vincente a un atteso torneo agguantato dal Minerva Football Club, le quotazioni di Marchi salgono e ben valgono l’unanime considerazione degli appassionati. Il definitivo salto diventa naturale e logica conseguenza: chiesto alla dirigenza juventina di essere accolto come socio, all’istante viene accontentato.


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