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Gli eroi in bianconero: Pietro FANNA

di Stefano Bedeschi
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Arriva alla Juventus nel 1977 dopo essersi messo in evidenza, nell’Atalanta, come uno dei talenti della nuova generazione. È molto dotato: tecnica individuale, velocità, fantasia, un calcio magnifico e, considerato che ha solamente diciannove anni, si pensa che certe alcune agonistiche e di combattività verranno presto colmate: «Essere alla Juventus è una cosa magnifica, esaltante, il sogno di ogni calciatore e il fatto mi ha lusingato parecchio, anche se forse, da buon friulano, non l’ho dato da vedere». Il titolare è il Barone Causio, ancora inamovibile e Fanna può vedere, imparare dal campione, fino al momento giusto per sostituirlo.

La realtà, invece, sarà ben diversa. Pierino, timido di carattere, è impiegato in prima squadra sul finire del girone di andata del campionato 1977-78. Trapattoni lo mette dentro due volte consecutivamente, a Pescara, dove la Juventus vince 2-1 con un suo splendido goal e poi in casa con la Roma: altra vittoria 2-0, con rete del giovanotto. Due goal che valgono quattro punti, come inizio non è niente male.

È giusto sottolineare che spesso, per varie esigenze, Fanna viene utilizzato in ruoli e mansioni non adatte alle sue caratteristiche. Seconda punta con Bettega, in altre occasioni al fianco di Virdis. Pierino Fanna, oltre allo scudetto conquistato nel 1978, che lo vede più spettatore che protagonista, diventa comunque uno degli artefici di altri due campionati vittoriosi: 1980-81 e 1981-82.

«Sapeste quanto mi carico al pensiero che qualcuno creda in me! Ho superato in questo modo le perplessità che mi hanno assalito nel vestire la maglia bianconera. Si arriva a Torino e si prova l’impressione di toccare il cielo con un dito; poi, si rimane come schiacciati dal peso di tanta responsabilità».

Nonostante questi successi, i dubbi, però, non diminuiscono, perché Fanna non riesce completamente a convincere. Emerge una certa fragilità atletica e, nell’estate del 1982, è ceduto al Verona, per la rispettabile cifra di un miliardo e mezzo, dove troverà finalmente la sua vera dimensione che lo condurrà trionfalmente allo scudetto del 1985 e alla Nazionale. Eccellente nell’Atalanta, deludente alla Juventus, strepitoso nel Verona, di nuovo deludente a Milano, sponda Inter; è il tipico giocatore che deve essere nel cuore di una squadra, che deve essere sempre chiamato in causa, per il quale deve passare il gioco. Tutto questo è, chiaramente, possibile a medio livello, impossibile ad alto livello, con gente come Brady, Bettega e compagnia; al primo dribbling non riuscito, si smarrisce, evapora, passano interi minuti senza che tocchi palla; con gente così, il Trap non è in grado di instaurare neanche un linguaggio comune, figurarsi un rapporto fruttuoso.

L’insolitamente lunga permanenza in bianconero, nonostante il rendimento deficitario, testimoniano l’interesse e le aspettative della dirigenza, ma non c’è verso e, in una realtà tranquilla come Verona, con un allenatore saggio come Bagnoli, Pierino esplode: galoppate sulle fasce, progressioni devastanti, cross al bacio per i colleghi, insomma uno dei migliori giocatori italiani (se non il migliore). Chiamato in Nazionale, si allinea nuovamente agli standard bianconeri, così come all’Inter; in poche parole, un talento che deve essere coccolato, viziato, amato.
 

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