Gli eroi in bianconero: Luciano BODINI

di Stefano Bedeschi
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Nasce a Leno, in provincia di Brescia, il 12 febbraio 1954. Cresciuto nell’Atalanta, squadra con la quale (dopo una fortunata parentesi alla Cremonese) debutta in Serie A, l’11 settembre 1977. «Ho cominciato in una squadretta d’oratorio, a Brescia, ma a tredici anni ero già all’Atalanta e a diciassette finivo già in panchina con la prima squadra, in seguito ad un incidente che aveva tolto di mezzo il secondo portiere Rigamonti. Poi, a vent’anni, vado a Cremona, e gioco in Serie C: 108 partite, tante soddisfazioni ed è già ora di tornare a Bergamo. Gioco solo otto volte il primo anno, anche a causa di un serio infortunio, ma mi rifaccio in pieno l’anno dopo, rivalutandomi, anche se la squadra va così e così e retrocediamo. Ed eccomi alla Juventus».
Boniperti lo prende per farlo diventare la riserva del grande Zoff; è un onore per un talento emergente come Luciano, ma finisce presto per diventare un onere, poiché l’indistruttibile Dino si arrende soltanto nel 1983, dopo la sfortunata partita di Atene. «Qui, in effetti, è molto più difficile trovare spazio. A Bergamo, anche se c’era Pizzaballa in gran forma, ho trovato spesso posto, mentre qui, con Dino davanti, devo rassegnarmi a fare anticamera fissa o quasi. Ma io ho le idee chiare in proposito. Zoff non si discute, ci mancherebbe, ma io osservo, scruto e do il massimo in allenamento, come se stessi giocando la finale di Coppa dei Campioni. Così miglioro e sono pronto per l’uso. Arrivare alla Juventus è una cosa che, credo, farebbe piacere a tutti i calciatori d’Italia, figurarsi al sottoscritto. Il fatto di esserci come riserva non significa nulla: se ti hanno voluto, è perché servivi, mi sono detto. Tuttavia, penso di avere ancora davanti a me una strada lunga e difficile, e mi preoccupo di percorrerla bene, magari piano piano, ma senza commettere errori».
Anche una tragedia nella sua vita: in un incidente stradale perde la moglie, Pinuccia. «Sì, ho avuto questa grande disgrazia, ma non ho mai voluto gravare il prossimo della pena che tengo nel mio cuore. Ho tentato di andare avanti e ho avuto la fortuna di conoscere una donna fantastica che adesso è mia moglie e che mi ha regalato le cose più preziose al mondo, le mie due figlie, Vanessa e Carlotta, che mi riempiono tutto il tempo libero».
Bodini, portiere completo, sia sulle palle basse sia nelle uscite. «Si dice che noi portieri siamo gente un po’ matta, che giochiamo con spirito garibaldino, che ci buttiamo da incoscienti tra i piedi di avversari che magari non fanno neanche in tempo a tirare indietro la gamba. Oggi, è solo più in parte vero. I portieri di una volta erano davvero spericolati e rischiavano a ogni partita l’osso del collo. Oggi, con il calcio moderno, tutti rischiano allo stesso modo, il portiere come il centravanti».
L’epoca dei portieri svolazzanti e sfarfalleggianti è finita, l’unica cosa che lega Bodini al primo portiere juventina della storia, Durante, è l’amore per la pittura: «Mi piace molto dipingere. Dipingo quadri, quando mi viene l’ispirazione. A me piacciono abbastanza, agli altri non so anche perché, sinora, li ho fatti vedere solo ad amici, che chiaramente non osano criticarmeli. In famiglia sto benone e mi distendo meglio che in qualsiasi altro posto. La famiglia ti aiuta a superare tutte le difficoltà piccole e grandi del lavoro di tutti i giorni. Sono diventato più uomo, e molto più in fretta».
Luciano dimostra, in Coppa Italia e nel Mundialito, di essere sempre in gran forma: la Juventus vince le due competizioni, anche per merito suo. Ma la società teme che, dopo quattro anni di attesa, il numero dodici sia un po’ arrugginito e, da Avellino, arriva Tacconi e Bodini torna in panchina. La delusione è notevole. «L’arrivo di Tacconi rappresentò, per me, la fine di un sogno a lungo nutrito, quello di poter essere protagonista a tempo pieno con la maglia della Juventus. Ero nel pieno della maturità come calciatore, avevo appena vinto un Coppa Italia e un Mundialito, pensavo che la maglia da titolare fosse mia. Invece, non fu così ed è per questo che l’unica alternativa ipotizzabile era la cessione a un’altra società, nella quale avrei potuto esprimere tutto il mio valore. Una decisione vantaggiosa per Bodini atleta, ma i sentimenti che ho sempre nutrito per la maglia bianconera sono tali da prevalere sulla logica, cosicché ho optato per restare a Torino».
Trapattoni lo chiama una prima volta per sostituire il titolare che si è fratturato un dito, a metà stagione; la seconda volta, un anno dopo, gli offre addirittura la maglia di Tacconi (il quale accusa un preoccupante calo di condizione). Luciano risponde alla grande, protagonista in campionato (gioca perfino con una frattura al setto nasale), protagonista in Coppa dei Campioni: un suo splendido intervento su Tigana, sul finire di Bordeaux-Juventus, regala ai bianconeri la finalissima con il Liverpool.
«Boniperti ci voleva bene come se fossimo suoi figli. Ma aveva anche imposto delle regole e non si doveva sgarrare, il famoso stile Juventus. Ci vestivamo sempre eleganti, con giacca e cravatta, dovevamo salutare tutti e firmare gli autografi. Guai se ci fossimo rifiutati di firmare qualche autografo ai tifosi. Venivano le scolaresche al campo Combi a vedere i nostri allenamenti, un ambiente da sogno nel quale ho vissuto benissimo e senza mai creare polemiche. Era come stare in famiglia».
Peccato che il grande sogno finisca proprio alla vigilia del grande appuntamento: Trapattoni preferisce schierare Tacconi nella tragica partita dello stadio Heysel. Bodini ci resta male, però sa tornare nell’ombra, campione anche di stile. La coppa tanto attesa è un po’ sua, proprio come la Supercoppa vinta alla grande, in gennaio, nella prima sfida al terribile Liverpool.
Resta quella, per il simpatico eterno secondo, la soddisfazione più grande. Insieme con la certezza che, la sua curiosa carriera da dodicesimo, non ha nulla da invidiare a quella di tanti celebrati numeri uno. «Nonostante una partecipazione attiva piuttosto occasionale, credo di avere svolto il mio ruolo nel modo più consono alle esigenze della Juventus e, quando le circostanze me lo hanno permesso, ho dato il meglio di me stesso. Una Coppa Italia, un Mundialito, una Supercoppa Europea e una qualificazione alla finale di Coppa dei Campioni, rappresentano il frutto di un duro lavoro fatto sempre con impegno, malgrado un destino, non troppo favorevole, mi abbia voluto solo comparsa nel circo dorato del pallone».

 


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