Gli eroi in bianconero: Gino STACCHINI

di Stefano Bedeschi
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Romagnolo di San Mauro Pascoli (Forlì), classe 1938, Gino Stacchini arriva alla Juventus nell’estate del 1955 e ha in comune con Muccinelli, il suo predecessore, il ruolo di ala e la gioia di vivere dei romagnoli. Rispetto al più anziano conterraneo ha però un grande vantaggio: la Juventus non ha grandi alternative nel ruolo e, con un allenatore come Sandro Puppo che ama i giovani e dà loro piena fiducia, Gino parrebbe avere la strada spianata. Invece, Stacchini fatica non poco a farsi largo, perché un altro giovane, Stivanello è il suo nome, ha più grinta ed è più concreto sotto porta, diventando di fatto il titolare quasi inamovibile della maglia numero undici.
La stagione successiva le cose non migliorano molto per Stacchini, tanto che la dirigenza pensa di cederlo; ma il nuovo allenatore, lo slavo Broćić, gli concede la propria fiducia, apprezzando la sua imprevedibilità, la capacità di inventare sempre e comunque qualcosa, anche a rischio di qualche figuraccia. È tutta la Juventus che quell’anno è diversa: sono arrivati fuoriclasse come Sivori e Charles e la consacrazione definitiva di Stacchini avviene il 17 novembre del 1957, a Bologna, in uno stadio pieno di romagnoli che fanno il tifo per la Juventus e per lui. Gino gioca una partita straordinaria: realizza un bellissimo goal e ne fa segnare altri due a Charles e Nicolè. La strada per la Juventus lanciata verso il titolo è in discesa: lo scudetto 1958, quello della prima stella, è anche la stagione della consacrazione di Gino, presente ventiquattro volte con sei reti.
Ha lo stesso dribbling di Muccinelli e, in più, la velocità e la profondità, giocando da ala classica che arriva sul fondo e pennella cross al bacio, molto invitanti per il grande John Charles. In più, Stacchini è ambidestro e calciare con il destro o con il mancino è la stessa cosa.
La Juventus continua a vincere e Stacchini contribuisce agli scudetti 1960 e 1961 e a due Coppe Italia: inevitabilmente arriva la chiamata in Nazionale. Debutta a Bologna, città del destino, contro l’Irlanda del Nord: Stacchini gioca una grandissima partita, vinta 3-2, grazie anche a un suo goal.
Gino è un ragazzo solare, un amico allegro dallo sguardo schietto e dal sorriso offerto con scariche nervose; ti scruta sempre con occhio stanco, quasi miope (è uno dei primi calciatori a indossare le lenti a contatto) e dolce. Un giorno del 1968, deve interrompere la love-story con Raffaella Carrà, impegnata a seminare, sul piccolo schermo, sorrisi e dinamismo tersicoreo, mentre gli italiani stanno seduti davanti alla televisione. Si erano conosciuti, da ragazzi, sulle spiagge di Bellaria; e, ben presto, la simpatia si era trasformata in amore. La loro storia scatenò l’interesse dei rotocalchi rosa e quotidiani sportivi; furono fidanzati per quasi otto anni. Inevitabile che arrivasse, da parte di Gino, la richiesta di convolare a giuste nozze ma Raffaella disse di no, preferendo rinunciare all’amore per dedicarsi alla carriera. Stacchini, dopo aver sofferto molto (anche in campo) per la fine dell’amore, si sarebbe rifatto incontrando Lora, la ragazza che sarebbe diventata la donna della sua vita, rendendolo padre orgoglioso di Sabina.
Nel 1963 la Juventus acquista Menichelli e Stacchini è costretto a spostarsi a destra, ma i suoi scatti e le sue reti continuano a essere decisivi per la squadra. Vince ancora uno scudetto nel 1967, con Heriberto Herrera in panchina e con Zigoni e Depaoli a sfruttare i suoi numerosi assist.


VLADIMIRO CAMINITI: I quattro scudetti e le quattro Coppe Italia di Gino Stacchini nato dove esercitava la sua mano sapiente il poeta Pascoli, il poeta dei bambini e del latinorum, lasciano un’impronta nella storia tutta della Juventus. Fu un professionista affacciato sul futuro, che aveva un’incantevole natura, un forlivese lindo ma non servile, un’ala di quelle antiche, dal dribbling che andava al sodo, col giusto esito del goal fiammante. E voglio dire che i goal di Stacchini erano tutti bellissimi, costituivano il capolavoro delle sue prestazioni entusiaste, giocò nella Juventus degli ultimi deliri, quando il goal racchiudeva tutto, e stava sopra a tutto, anche alla professionalità, ma c’erano fior di professionisti come questo ragazzo innocente e temerario che lottava su ogni pallone da corsaro. Pertanto mi sembra doveroso elogiarlo per come riuscì ad affiancarsi ai rodomonti, lui che non lo era, al suo affacciarsi alla ribalta. Esordiva al posto di Præst invecchiato un giorno d’aprile del 1956 a Bergamo, Atalanta-Juventus 1-1, e ricompariva sei volte nel corso di un campionato che la Juve visse mediocremente, Præst l’ombra dell’asso che era stato, nessun goal in venticinque partite, i Colella, Vairo, Bartolini, Caroli, assi presunti di fuori, e bravi giovani del vivaio (Caroli sarebbe divenuto un buon notista calcistico), incapaci di belle cose. Con Sandro Puppo allenatore, tutti i sogni si infrangono crudelmente, la squadra è agile ma non argina e becca; arriva sulla soglia della retrocessione.
Gino Stacchini mi raccontò la sua carriera juventina un pomeriggio di ottobre del 1966, si guardava alle spalle con la fine malinconia dell’atleta che un difetto di vista frastorna nei suoi scatti nativi. Lo scatto in progressione sull’out e il cross, ventiquattro presenze nel campionato del Decimo, sei goal; venticinque presenze e quattro goal nel successivo; ventotto presenze e otto goal nel campionato dell’Undicesimo, 1959-60; due nel campionato del Dodicesimo. Poi il Tredicesimo, in cui il suo scattismo s’è impolverato, va in campo appena cinque volte, non segna nessun goal. La grandiosa festa del primo giugno 1967 a Torino contro la Lazio lo vede in borghese, col suo viso minuto, aggirarsi felice: è il quarto scudetto, e lui mi racconta la sua vita di juventino e spiega finalmente l’arcano della ribellione di Sivori contro il bravo Broćić: «All’inizio della stagione 1958-59, le attrezzature erano insufficienti, a Graglia, e cominciarono i malumori di Sivori, perché si doveva fare footing, su e giù per le colline. Omar sempre più rabbuiato. Si attaccava al telefono, chiamava il segretario, e gridava».

 


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