Gli eroi in bianconero: Dante CRIPPA

di Stefano Bedeschi
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È il campionato 1962-63 – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – un torneo di transizione tra una Juventus nobile ma carica di malanni e una nuova e consapevole della propria dimensione, che non è più di squadra pigliatutto. Milano ha tutto per monopolizzare la lotta per lo scudetto, persino il trascinatore di folle, Helenio Herrera, che ha resistito alle critiche durissime dei primi tempi. I suoi sistemi lo rendono impopolare, ma il Mago è duro a morire, questo suo terzo anno in Italia lo consacrerà definitivamente per la gioia delle legioni interiste. La Juventus ha cambiato molto, alcuni dicono troppo. Da Milano è arrivato Salvadore, con l’aria di chi rimpiange il paesello e non disfa neppure le valige, tanto è sicuro che non resisterà a lungo. Al suo posto ha preso la via di Milano Mora, così che si libera un posto all’ala, dove c’è Stacchini, ma non basta.
Arriva in punta di piedi, dal Padova, Dante Crippa; non è giovanissimo, però, non ha ancora sfondato. Subito si abitua a essere chiamato per nome e cognome, il cognome non basta, si fa confusione col Crippa goleador del Torino; qualcuno storce il naso e si chiede se non c’era di meglio in giro. Purtroppo, no; da tempo i fuoriclasse scarseggiano e chi ne ha fa di tutto per non lasciarseli sfuggire. Garrincha, contattato da emissari italiani, è subito fatto senatore, così non può lasciare il Brasile. E in Italia, di ali vere, ce ne sono poche; una era Mora, appunto, sacrificato per esigenze tecniche.
Presto Crippa si rivela qualcosa di più di un ripiego; non ha una grande prestanza fisica, però non è nemmeno un peso piuma e nella lotta da tutto. Segna poco, ma i suoi cross fanno la felicità di Sivori che spesso ci mette la testa oppure il piedino e i goal arrivano ugualmente. Miranda, poi, segna un goal favoloso su un traversone al millimetro di Dantecrippa e Juventus-Modena si vince così.
Dante tocca davvero il culmine della bravura nella gara casalinga contro il Bologna, quarta giornata di campionato. La Juventus ha solo un punticino, è terzultima, peggio di così non potrebbe andare; il Bologna, invece, è lanciatissimo, ha un tedesco un po’ matto di nome Haller e un centravanti con i fiocchi nel danese Nielsen, primi in classifica a suon di reti, ma la Juventus, all’improvviso, si ricorda di essere lei e vince netto, 3-1. Crippa, schierato per la prima volta all’ala sinistra, fa impazzire il vecchio Capra, segna anche un goal ed è con Del Sol il migliore in campo.
I tifosi cominciano ad accorgersi di lui, sembra fatta, ma la sfortuna ci si mette di mezzo: un infortunio al ginocchio lo esclude per un po’ dalla prima squadra e quando si ristabilisce il posto non c’è più. Amaral gli preferisce spesso un ragazzino che ala non è, ma ci sa fare: Giovannino Sacco si chiama e Sivori lo svezza in fretta.
A Crippa rimangono solo le briciole e quando rientra stabilmente titolare, a San Siro contro l’Inter, la gente non ha occhi che per un folletto molto nero e poco azzurro che Herrera ha voluto dal Brasile: Jair da Costa si chiama e gioca all’ala destra, come Dante. Jair è un autentico funambolo, uccide i terzini a furia di finte e contro finte, Noletti è bravo ma nulla può contro il diabolico dribbling del brasiliano, che risolve la partita e ridimensiona la Juventus.
Venti presenze; si conclude così la sua non certo lunga parentesi juventina. La Juventus non lo ha consacrato campione, ma nemmeno può dire che sia stato un anno perso; è ceduto alla Spal, ma la sfortuna continua a perseguitarlo, finché anche di lì dovrà andarsene e il grande pubblico della Serie A non lo applaudirà più. Non farà meglio di lui il successore Dell’Omodarme, gran dribblatore; sono tempi duri per la Juventus e i tifosi non si rassegnano a una squadra da quarto-quinto posto. Fischiano anche Dell’Omodarme scoprendo che, in fondo, Crippa non era da buttare.

 


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