Gli eroi in bianconero: Antonio CHIMENTI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
16.07.2022 10:17 di  Stefano Bedeschi   vedi letture

Finalmente, Antonio Chimenti – scrive Franco Montorro su “Hurrà Juventus” del dicembre 2002–! Nel senso che dopo aver atteso il proprio turno, dopo aver fatto “il dodici” come fanno tutti i “dodici” di questo mondo, alla Juve, in questa circostanza a fianco di portierone Gigi Buffon, Antonio Chimenti ha vissuto l’emozione diversa, mai vissuta in carriera, andando in campo in occasione dell’ultima partita del turno eliminatorio di Champions League, a Kiev, contro la Dinamo, partita vinta per 2-1, partita che entra legittimamente nella piccola, grande storia di questo solido personaggio.
Ma che tipo è questo Chimenti? E Come si inserisce nella filosofia juventina? Detto che è figlio di un bravo goleador del passato, Francesco Chimenti, non resta che girargli il microfono. «Ho avuto due idoli, Zoff era il mio idolo da bambino, Tacconi degli anni successivi, due dei campioni più amati e seguiti da generazioni di tifosi, me compreso. È un piacere ancora più grande oggi, essere alla Juventus anche per questa ragione».
Il primo bilancio del Chimenti bianconero è positivo, anche se ci tiene a spostare l’attenzione su un quadro complessivo: «Mi sono subito ambientato bene e penso di aver dato il massimo. Ma è stato più facile, in questa Juve e con questi compagni. È un momento positivo, che, sono convinto, possa durare a lungo».
Solo un altro rapido passaggio nel passato per ricordare la Juve vista dalla porta avversaria e per confrontare le idee di allora alle scoperte o alle conferme di oggi: «La Juve è stata sempre un’avversaria particolare, come penso capiti a tutti quelli che l’affrontano. Ho quindi ricordi belli e brutti: qualche bella prestazione ma anche qualche sconfitta le ricordo eccome. In fondo giocavo sempre in squadre inferiori e adesso posso anche cavarmela con una battuta, che poi tanto battuta in fondo non è: sapete qual è uno dei vantaggi di stare qui? Di non dover più pensare a… certi attaccanti davanti alla mia porta, da avversario: Del Piero e Trezeguet, Salas, Zalayeta e da quest’anno anche Di Vaio. Affari dei miei amici portieri delle altre squadre».
Lo dice con un sorriso e con bonomia, senza alcun sentimento di spacconeria. Perché Antonio, come il suo conterraneo e omologo Conte sa ben misurare le parole: «È così, siamo forti, molto forti, ma non invincibili e dobbiamo stare attenti a ogni avversario».
Così, quando gli chiedi se si sente di promettere qualcosa ai suoi nuovi tifosi, innanzi tutto premette un ringraziamento: «Devo loro molto per come mi hanno accolto e per la fiducia che mi hanno subito mostrato. La più grande promessa che mi sento di fare è quella del massimo impegno».
Nessuno ne dubitava, Antonio. Ma lui allarga il tiro, a spiegare bene la sua nuova posizione nella squadra dei suoi sogni: «Il passaggio alla Juventus dopo tanti anni di calcio significa una consacrazione. È il coronamento di un grande sogno, ma è anche un grande punto per una nuova partenza. La Juventus è sempre stata il massimo. Dopo pochi giorni ho capito che era il massimo anche in tanti altri aspetti, a partire dalla organizzazione della società e tutto ciò si propone come un ulteriore motivo di soddisfazione e un’altra spinta a non deludere chi ha creduto in me».
Pericolo remoto, conoscendo Antonio, subito a suo agio e subito in grado di svolgere il compito che gli viene chiesto: essere sempre pronto. Perché nel calcio del turn over non esiste proprio differenza, se non per gli almanacchi, fra portiere titolare e di riserva. Ci sono spazi e opportunità per tutti, la preparazione e l’approccio alle gare identici, e c’è un progetto comune, per il massimo delle vittorie. Come in una scuderia di Formula 1, che per conquistare il Mondiale Costruttori ha bisogno che vada al massimo anche il secondo pilota. Antonio tutto questo lo sa, ci era preparato: «Sapevo quello che mi aspettava, non ho risentito del fatto di passare dal ruolo di titolare a quello di riserva, né il salto dal Lecce alla Juventus. Grazie al mister, alla società, ai compagni, ma anche grazie al fatto che il mio compito è rimasto invariato: allenarmi ed essere pronto a dare il massimo quando tocca a me giocare».
Gli è toccato spesso, gli toccherà ancora, ricevendo e dando sicurezza. Perché come sostiene lui «Buffon è il numero uno al mondo ed io sono contento di essere alle sue spalle». È facile sostenere che con l’affidabilità dei suoi due portieri la Juventus si avvia a essere un po’ la Ferrari degli ultimi anni. Se non vince Schumi, vince Barrichello e comunque vince la Ferrari. Se non gioca Buffon, gioca Chimenti. E tranquilli, sicuri, certi: a giovarsene è sempre e comunque la Juventus. Che con Antonio Chimenti non ha fatto che confermare una regola: alla Juve, solo grandi portieri.

La prima stagione in bianconero vede Chimenti scendere in campo solamente una decina di volte; una di queste è all’Old Trafford, contro il Manchester, nel secondo girone della Coppa dei Campioni. La Juventus è colpita da un virus influenzale che riduce la rosa ai minimi termini. Anche Buffon deve marcare visita, regalando ad Antonio la possibilità di calpestare l’erba del glorioso campo dei Red Devils.
Nel campionato 2003-04 le presenze aumentano a 12, di cui due in Coppa Campioni, contro i turchi del Galatasaray e nella goleada ai danni dell’Olympiakos. La stagione successiva è molto deludente; Antonio è schierato solamente 5 volte, a causa anche dell’eliminazione della compagine bianconera al primo turno della Coppa Italia, a opera dell’Atalanta.
L’ultimo campionato di Chimenti nella Juventus è pessimo: Buffon si infortuna seriamente nel Trofeo Berlusconi e la società corre ai ripari, prendendo in prestito Christian Abbiati; Capello, però, schiera Antonio nella Supercoppa Italiana contro l’Inter e il portiere ha delle grossissime responsabilità sul gol-vittoria di Verón. In campionato è ancora peggio; schierato a San Siro contro il Milan, a causa dell’indisponibilità di Abbiati, si rende responsabile di un errore clamoroso, su una punizione da più di 30 metri calciata da Pirlo. Anche sul primo gol di Seedorf non è esente da colpe, a causa del suo piazzamento non certo perfetto. Va da sé che l’avventura di Chimenti in bianconero finisca qui.
Nel gennaio del 2006 è ceduto al Cagliari, dove contribuisce in maniera sostanziale alla salvezza della squadra sarda. La sua migliore partita la disputa proprio contro la Juventus, parando un calcio di rigore a Del Piero. Ritorna in bianconero nell’estate del 2008, come terzo portiere, senza avere mai la soddisfazione di entrare in campo.
Nella stagione successiva, a causa del contemporaneo infortunio di Buffon e Manninger, è schierato titolare in tre occasioni, con risultati disastrosi. Infatti, contro il Siena, il 14 marzo 2010, subisce tre reti (contribuendo, con il solito errore di piazzamento sul gol di Maccarone, alla rimonta della squadra toscana, dallo 0-3 al 3-3), ancor peggio farà a Londra, avversario il Fulham. Il 18 marzo, la compagine bianconera è eliminata dai bianchi inglesi, perdendo seccamente per 1-4. Zucchina ha sulla coscienza almeno un paio di reti del Fulham.
Ma il vero capolavoro (si fa per dire) lo compie tre giorni dopo, in casa della Sampdoria. Dopo qualche buon intervento, si lascia infilare da un tiro di Cassano, scoccato da centrocampo. La Vecchia Signora perde 0-1 e abbandona i residui (pochi) sogni di gloria. «Cassano è stato furbo a calciare in porta da lontano – racconta Chimenti – sono rimasto un po’ sorpreso e, indietreggiando, ho perso il passo, ho provato a smanacciarla, ma ormai ero già dentro la porta. Rimane il rammarico e sono molto dispiaciuto per quanto successo. Ero molto nervoso, sono rientrato per primo nello spogliatoio e ho sfogato la rabbia con un pugno su un tavolino. Purtroppo mi sono fratturato la mano».
In totale, per Zucchina Chimenti, 34 presenze con la maglia bianconera e pochissimi rimpianti lasciati fra i supporters juventini.
 

© foto di Daniele Buffa/Image Sport