Spalletti a Small Talk: "La Juventus è identità. Il rinnovo responsabilità importante"
Dopo aver rinnovato il contratto con la Juventus fino al 2028, Luciano Spalletti è stato ospite all'Allianz Stadium di Small Talk, il podcast dello Juventus Creator Lab. Le sue parole trascritte da Tuttojuve.com: "Ma il rumore della palla è come se si fosse in un film, ti crea il sottofondo della base musicale e quando quella accelera, quando il rumore si incrementa, significa che è vicino l'episodio che può far cambiare la partita. La palla non non mente mai. La palla non dice bugie, la palla racconta sempre chi sei".
Mister, io non posso dare il benvenuto a casa sua. Questa è casa sua e quindi non posso dare il benvenuto. Nel caso dovrebbe essere lei a darlo a me, insomma. Sono io il l'intruso oggi?
"No, no, io mi sento sempre in difficoltà a fare il protagonista, per cui è meglio dividersi quelli che sono i compiti".
Facciamo fifty fifty. Allora, eh che emozione ha provato la prima volta che è entrato in questo stadio da allenatore della Juventus?
"Guarda, io sono stato poche volte a teatro, ma quando sono entrato qui dentro ho avuto quella sensazione lì. Eh, è stato un po' come sentirsi al centro dell'attenzione dove tutti ti guardano, tutti ti ascoltano, tutti sono disponibili a vedere le scelte che farai e e devo dire che poi è stata anche c'è stata anche un po' d'emozione perché non riguarda solo entrare in uno stadio, entrare all'Allianz. è come entrare in una storia e questo e questo un po' d'emozione te la crea. Poi se i tuoi musicisti, visto che hai parlato di suoni e di musica, suonano bene e allora lo stadio apprezza e partecipa, diventa tutto più facile".
È arrivato il rinnovo, siamo tutti felicissimi. E rinnovare significa proseguire un percorso assieme e scegliere una direzione. Che significato ha per lei questo rinnovo e l'idea di continuare assieme con Juventus?
"Ma innanzitutto c'è da dire che è stato poi un rinnovo dove tutte le componenti hanno partecipato perché diventa fondamentale, è diventato fondamentale conoscersi bene, annusarsi bene in questi 6 o 7 mesi precedenti dove abbiamo avuto la possibilità di scegliere in libertà quello che fosse il nostro futuro, di scegliere se era apprezzabile questo questo rapporto questo rapporto di lavoro m componenti, la parte tecnica dello staff tutto e tutte quelle persone che lavorano dietro le quinte e la dirigenza, i calciatori, il pubblico e mi sembra che poi tutto abbia indicato che questa era la soluzione più corretta proseguire tutti insieme perché ci sarà bisogno di tutti e ed è una responsabilità importante, però è chiaro che poi e le persone si misurano in base alle responsabilità che prendono, insomma".
Certo, mi sembra che c'è stata quindi anche l'elaborazione di un di un capire che questo poteva essere per lei il suo posto. Ecco, c'è stato un momento in cui ha capito che l'Allianz Stadium Juventus poteva essere il suo posto nel mondo come uomo di calcio, come allenatore e come uomo?
"Sì, e quello è venuto fuori fin da subito perché si è potuto constatare, venendo qui io e il mio staff che c'era una disponibilità a voler lavorare, a voler il futuro è sempre stato progettato benissimo qui perché si si percepiva anche da fuori, però poi è stata la parte operativa che ci ha convinto vedere questa questa voglia di sacrificarsi e di lavorare per creare sempre presupposti migliori per andare poi acchiappare più cose che ci potessero proiettare nel futuro".
L'idea di acchiappare successi è una metafora bellissima, questo verbo che dà proprio l'idea di acciuffarli, cioè di raggiungerli. Sta regalando anche un lessico nuovo. Le parole nuove che non stancano sono cose che lei dice spesso. Però c'è un mondo che è il mondo Juventus, che è un mondo storico e glorioso, ecco. Che cosa l'ha fatta sentire parte del mondo del mondo Juve?
"Se devo andare a a rivedere quello che mi è successo e che mi ha colpito, è stato forse ehm momento di di grande amarezza quando siamo usciti dalla Champions contro il Galatasaray, vedere tutto lo stadio che ci applaudiva e che ci chiamava sotto la curva e che voleva va a stringersi a noi perché ci vedeva così dispiaciuti, è stato il momento forse più forte dove ci siamo sentiti tutti figli della stessa mamma ed è stato bellissimo".
Stavo pensando a proposito di questa idea delle delle mamme che partoriscono i calciatori e poi i calciatori sono gli uomini, quindi siamo noi come gruppo, mi viene in mente una parola chiave che è la il momento in cui capiamo il mondo che è la giovinezza. Juventus significa giovinezza. Lei quando pensa alla giovinezza che cosa le viene in mente?
Ma sicuramente mi viene in mente la mia famiglia perché ho avuto la possibilità di vivere in una famiglia bellissima dove dove ho voluto bene ai miei genitori, a mio fratello e vista la mia curiosità loro sono stati sono stati bravissimi poi a mettermi in condizione di crescere, di prendere sempre cose nuove, soprattutto mio fratello: mio fratello mi portava sempre con lui, mi insegnava sempre quello che poi avrei dovuto andare a sviluppare, le difficoltà che avrei incontrato nella crescita, nel lavoro, nella vita e questo mi ha creato un'apertura di enorme vantaggio".
Suo fratello Marcello.
"Sì, mio fratell".
Che era il suo idolo, no? Io ho letto un po' di sua storia familiare. Mi fa impazzire anchequesto suo legame con il fratello Marcello, poi col papà che si chiama Carlo, che lei chiama babbo, perché in Toscana gli si chiama babbo. E il fatto che lei venisse chiamato il morino.
"Sì, il Morino perché di carnagione ero molto scuro, per cui....
Alla Carlo Conti...
"Forse un po' meno (ride, ndr), però sì, mi avevano dato questo soprannome, poi me lo son portato dietro fino a che poi non sono diventato Lucio per gli amici, per tutti e ed è proprio quella roba lì. ero molto affezionato a mio papà, a mio fratello. Anzi quando quando vado spesso a casa io di solito bisogna che ripassi dalla mia campagna, dal mio luogo che è la Rimessa Experience e dove c'è anche la rimessa degli attrezzi e qualsiasi volta vado lì, poi risento l'odore di quando mio padre dopo il lavoro rientrava, aveva la tuta tutta sporca di sudore e ripercepisco lo stesso sapore, gli stessi odori e quelli sono una roba bellissima per me".
Mister, se se chiudiamo gli occhi, mi faccio vivere Certaldo.
"Io quando arrivado in campagna vedo il rumore delle stagioni. Non lo sento, lo vedo proprio il rumore delle stagioni e sento i versi dei miei animali, sento quello che è il la bellezza. della natura, perché tutti possiamo essere padroni di un pezzo di terra, però nessuno potrà mai esserlo della bellezza che c'è sopra e di quella dobbiamo obbligatoriamente averne cura e andare poi a farla essere ancora più bella di quella che ci è stata donata".
Stavo pensando che in un passaggio del suo libro, Il paradiso esiste, ma quanta fatica", racconta di quando torna dall'allenamento e sua nonna Pura, nome pazzesco, le preparava il il latte coi biscotti. Come come si ricorda quei momenti? Il primo amore per il calcio...
"Quelli lì sono marchi indelebili, tatuaggi non fatti sull'anima, sul cuore che rimarranno per sempre perché è così. Sono cresciuto a latte e biscotti e lei quando sapeva che mi piaceva questo, anche quando rientravo la sera che andavo a letto, perché mi piaceva andare a letto con il pancino pieno, con qualcosa di caldo dentro e di buono - non ho mai bevuto cose particolari, soprattutto alcol - per cui trovare questa zuppetta bella calda sul tavolo, quando rientrava andava al letto con quel sapore lì e con quel calduccino dentro lo stomaco lì, è stato per me un momento che mi sono poi portato dietro per tutta la vita. Mia nonna Pura con quei suoi lunghi capelli che quando li scioglieva aveva questa cipolla dietro, ma avevano le donne di quell'età. E quando li scioglieva era come vedere una fata, per cui son tutte cose che mi porto volentieri dietro, che fanno parte della della mia storia vissuta e son cose bellissime".
Lei come calciatore si definiva anarchico e questo concetto dell'anarchia oggi lo riporta anche nel modo in cui allena. Le piace usare quel termine, un caos organizzato, le piace che i giocatori vadano nel campo, insomma. Il marchio LS, Luciano Spalletti, è rimasto da calciatore ad allenatore.
"Sì diciamo chei centrocampisti sono un avvantaggiati poi nell'andare a prendere notizie di quello che succede in difesa, di quello che succede nel reparto offensivo, per cui debbono avere un bagaglio un po' più completo di quello che è invece il Conceiçao, l'Yildiz di turno, lo Zhegrova, perché gli viene richiesta quella cosa lì, che è la cosa fondamentale che sappiano fare bene, perché è quella che ti dà poi l'apertura ad andare allo step successivo. Invece il centrocampista deve saper fare un po' tutto, per cui si va a prendere cura della fase difensiva, la fase offensiva deve essere un po' a conoscenza, deve avere un po' di rapporto con quello che che è lo sviluppo della partita. E ora il calcio moderno ci dice che i centrocampisti sono quelli che possono.... o perlomeno che se ne possono usare di più dentro la partita. e dentro la squadra perché riescono a sistemare un po' tutto, ecco, riescono a percepire, ad avere l'idea, ad avere la conoscenza di quello che ci vuole in tutte le parti del campo e poi ormai i giocatori debbono avere la libertà di andare a esplorare anche altre zone di campo differenti. Se tu sei ordinato e fai spesso le stesse cose, diventa più facile che la squadra avversaria riesca a capire quello che è il tuo comportamento e a trovarti le contromisure. Se tu gli crei un po' di improvvisazione, gli crei questa questa questo effetto sorpresa, questi sovraccarichi o questo numero di superiorità da dalle dalle varie parti del campo, allora c'è un po' di di difficoltà a doversi adeguare e probabilmente ci si trovano più soluzioni".
Il lavoro d'allenatore per lei quanto è importante? Quanto poi incide sulle prestazioni?
"Questo è un po' tutto perché poi ci vuole un'autodisciplina, ci vuole quella disponibilità, quell'umiltà, perché la presunzione non è allenabile nel calcio, per cui ci vuole ci vuole questa questa qualità di sentirsi persone normali, di aver sempre cose da imparare, questa curiosità di voler andare apprendere sempre notizie nuove da poter sviluppare, però poi la differenza la fa sempre l'esecuzione dei calciatori, perché senza la loro qualità, senza che Perin gliela mettesse con i giri contati a 40 metri e senza che con Conceiçao controllasse quella palla lì in modo perfetto, facesse finta di andare sul cross e poi rientrasse sul sinistro per il movimento di apertura e poi di venire incontro a prendere la palla sui piedi di Yildiz, non potrebbe essere avvenuta. Ecco".
Mi viene un po' l'immagine della fucilata nella notte e da qui vorrei qui vorrei arrivare al suo grado di dominio della comunicazione. Io le chiedo adesso di reagire a delle frasi che lei ha detto. Spalletti commenta Spalletti, chiamiamolo così. Io le leggo delle sue frasi partendo proprio da questa della fucilata nella notte e poi lei me le commenta. Questa è del 21 novembre 2025, conferenza stampa pre Fiorentina-Juve e lei dice: "Ci vuole un po' di sana follia, di creatività, una fucilata nella notte, nel silenzio, bam!".
"Eh, bellissimo anche il suono della notte".
Ma come le vengono?
"Perché l'ho sentita, l'ho sentita quando ero ragazzo, perché non si abitava in campagna, eravamo a contatto con tutte queste cose qui, con gli animali, con i fucili e con tutto ciò che riguarda quel tipo di vita lì e funziona in questa maniera qui, perché perché poi le partite cambiano in un momento. e sei tu a determinare quel momento, per cui tu devi essere bravo a saperli riconoscere questi momenti qui. Devi essere bravo a saperli creare questi momenti qui. Sono questi colpi a sorpresa, queste queste cose che ti che ti creano lo scompiglio, che poi fanno fanno la differenza. Perché le finestre che cambiano la partita durano pochi secondi e in quei secondi lì devi farti trovare al massimo, devi essere bravo, devi saper interpretare. È come vivere tre tre fotogrammi prima a quello che deve succedere che fa la differenza. E e siccome poi tutti parlano di tattica, si parla di spazi, si parla di velocità, ma ma nessuno mai parla di relazioni... attraverso la relazione si apre la mente, si trovano delle idee, si trovano delle performance, dei comportamenti di assieme. Se non c'è relazione in una squadra, se non c'è amicizia, diventa anche più difficile sviluppare il gioco. ci sono queste componenti, se abbiamo a cuore anche il compagno di squadra, diventa più facile poi diventare un un gruppo, un collettivo e anche se verrebbe la voglia di essere 11 elementi forti, perché poi ognuno probabilmente ogni tanto viene trascinato nell'inganno di... debbo essere forte io, ma attraverso poi la collaborazione del collettivo che tu lo diventi ancora di più e non al contrario".
Ne leggo un'altra che mi piace. 31 ottobre 2025, la sua conferenza stampa di presentazione: "Il rumore della palla che scorre sull'erba"- Questo rumore che continua a emozionarla.
"Ma il rumore della palla è come se si fosse in un film, ti crea il sottofondo della base musicale e quando quella accelera, quando il rumore si incrementa, significa che è vicino l'episodio che può far cambiare la partita. La palla non non mente mai, la palla non dice bugie, la palla racconta sempre chi sei. È come un alzare il volume della propria voce sapendo quello che dici e ti dà quella confidenza, il rumore della palla dentro la partita fra la squadra che che probabilmente crea delle emozioni attraverso le emozioni, attraverso poi eh questa questa qualità riesce a trovare più soluzioni per o riesce a trovare più creatività per le soluzioni che poi possono cambiare la partita".
Gliene leggo un'altra, mister, l'ultima. Questa per me è molto importante, penso, per tutti noi. 3 novembre 2025, conferenza pre-Sporting: "Lo slogan della Juventus dice fino alla fine. Io ci aggiungerei, oltre la fine". Cosa c'è oltre la fine?
"Allora, prima di tutto mi piace immaginare che non ci sia mai una fine in nessun posto, in nessuna situazione, in nessun contesto. C'è sempre qualcosa che va al di là. Oltre la fine ci sei probabilmente tu con quello che sei, con quello che hai nei tuoi pensieri, nel tuo modo di di aver vissuto, ti porti dietro quello che che è stato il tuo modo di reagire a tutto quello che ti è successo. E si dice spesso che quando l'arbitro fischia alla fine di una partita, da quel punto lì ne inizia un'altra, per cui c'è sempre da dover immaginare che ci sia qualcosa da andare a portare a disposizione della squadra per vincere le partite. Non non mi piace questo fatto che poi tutto abbia un termine, niente ha un termine se noi vogliamo andare a dargli un seguito, a dargli un uno sviluppo, a dargli un'altra un'altra vita".
Qual è la Juventus che Luciano Spalletti sogna? Immagino una squadra vincente, ma soprattutto che tipo di identità vorrebbe che questa squadra abbia?
"È chiaro che noi bisogna far riferimento a quello che che è un po' la nostra storia, riferimento a quello che è un po' l'affetto e l'amore di chi ci vuole bene e per cui va sempre lì. che tutti quelli che ci vogliono bene siano orgogliosi di quello che noi andiamo a proporre, del nostro impegno. Il riferimento che assomigli a quello che è l'amore dei nostri tifosi, il numero dei tifosi che ci vogliono bene, che partecipano con noi alle partite, deve essere una qualità quella del combattere comunque. Combattere, combattere sempre. Quando ti alzi la mattina, tu te lo devi scrivere proprio nello specchio dove vai a guardarti per la prima immagine del giorno dopo. Ci deve essere scritto combattere perché poi la vita ti mette davanti delle cose di continuo. Tutti ti mettono delle cose davanti e tu devi andare lì, le devi superare, devi oltrepassare, le devi spostare. Per cui una squadra che combatte, una squadra che si vuole bene, una squadra che che sia piacevole da vedere e che sia piacevole anche da sentire proprio come si diceva prima, il linguaggio del pallone, perché perché poi il nostro pubblico è un pubblico che ha visto grandissimi campioni, sono degli intenditori di calcio, per cui ci vuole un modo, ci vuole una mentalità, ci vuole un comportamento che metta insieme un po' tutto".
Se pensa alla Juve del futuro, che cosa le dà fiducia?
"Mi dà fiducia a quella che è la storia di questa società, a quello che sono i numerosi tifosi che partecipano a quelle che sono le nostre emozioni. La Juventus è un'identità, per cui bisogna essere bravi noi a far parte di questa identità, ad andare poi a a sapere emozionare tutte quelle anime che vedono le partite, che ci seguono, che ci trasferiscono delle cose tutti i giorni. Noi dobbiamo essere bravi ad assorbire quello che è la volontà dei nostri tifosi e riportarla poi sul campo attraverso quelle che sono le nostre scelte, attraverso quelle che sono le nostre giocate. E' un compito difficile quello di mettere a posto un po' tutto, però e come si diceva prima, bisogna andare ad assumersi delle responsabilità e andare a far vedere chi siamo, perché poi le le partite, il pallone raccontano veramente chi siamo come uomini e come sportivi".
Di solito chiediamo all'ospite di portare una foto della sua giovinezza. Noi abbiamo scelto la sua giovinezza qui dentro l'Allianz Stadium, cioè la prima volta in cui lei è entrato in questo stadio da allenatore della Juventus, qui in giacca e cravatta perché era la conferenza stampa di presentazione. Che messaggio manderebbe a Luciano Spalletti nel suo primo giorno da ufficiale, da allenatore della Juventus? Ha voglia di scrivercelo qua sotto?
"Sì, Troppo corto".
No, no, va benissimo: "Ne è valsa la pena".