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Il fallimento di Gravina, il dossier di Baggio e l'ombra dei "poltronantropi" sulle prossime elezioni. Svolta su Farsopoli e plusvalenze

di Luigi Schiffo

Finalmente se ne sono accorti tutti, ci è voluta la terza eliminazione pre-mondiale consecutiva: la gestione FIGC targata Gabriele Gravina è stata fallimentare. In otto anni nessuna riforma significativa, eliminazioni della Nazionale per mano di Macedonia del Nord e Bosnia (!), campionato italiano sempre meno attrattivo per i campioni e sempre meno fucina di campioni. Insomma una gestione da “poltronantropo” (creatura metà uomo e metà poltrona) che ha giovato soltanto a lui (diventato anche vice-presidente UEFA), alla sua “corte” e ai suoi protetti, con corollario dell’invasione di fondi speculativi e bancarottieri nelle proprietà calcistiche.

Il titolo europeo degli Azzurri post-Covid non basta a dare valore a più di 90 mesi trascorsi senza lasciare nulla, a parte l’ennesima fustigazione della Juventus e dei suoi vertici, rei di aver vinto troppo e di aver caldeggiato la Superlega. Il successo di Wembley, per quanto bello e appassionante, alla fine dei giochi  è più paragonabile agli exploit sporadici della Danimarca o della Grecia, che alla prova di forza di un sistema come è stato per Spagna, Germania o Francia. Una generazione di giovani non ha visto l’Italia ai Mondiali, una generazione di juventini (almeno in larga maggioranza) ha maturato un distacco imprevedibile fino al 2006 dai colori azzurri.

Le squadre italiane di vertice arrancano per galleggiare in un’Europa in cui il divario con Inghilterra, big spagnole, tedesche, francesi e ora anche portoghesi diventa sempre più evidente. In Serie A solo il 30% circa dei giocatori è italiano e nel restante 70% non spicca certo un numero consistente di campioni e talenti (tendenzialmente a fine carriera come Modric o a inizio carriera come Yildiz). E la FIGC cos’ha fatto in questi otto anni? Nulla. Basti pensare al “fenomeno Como” che ora va per la maggiore: in Italia può tranquillamente giocare senza neanche un italiano in formazione e con soli due elementi (quasi mai utilizzati) cresciuti localmente. Persino per le norme UEFA non è una situazione in regola, dato che servono almeno otto giocatori cresciuti localmente di cui almeno quattro cresciuti nel settore giovanile della società. Possibile che la UEFA tuteli più della FIGC i “prodotti locali”? E lasciamo stare l’impietoso paragone tra gli 11 campioni del mondo 2006 e gli 11 scesi in campo in Bosnia l’altra sera.


A fronte di una situazione tanto negativa, che ha radici molto profonde sia dal punto di vista tecnico che da quello politico-normativo, è chiaro che la soluzione non può essere solo il cambio di dirigenza della FIGC, passaggio pur necessario e improrogabile. Se al posto di Gravina, ci ritroviamo con altri poltronantropi del calibro degli Abete, dei Tavecchio o dei Carraro che si sono succeduti prima dell’ultimo presidente, o se ci ritroviamo Commissari Straordinari che si pongono come obiettivo non mettere a posto le cose, ma fare regali agli amici stroncando gli avversati più pericolosi (vedi Guido Rossi), non se ne esce.


Un’idea potrebbe essere ripartire dal dossier di 900 pagine che fu commissionato al Pallone d’Oro Roberto Baggio nel 2010 proprio dal presidente FIGC Abete  dopo l’eliminazione ai gironi dei  Mondiali in Sud Africa, e poi imboscato in qualche cassetto dallo stesso Abete. Lettera morta, che potrebbe essere fatta resuscitare, magari con qualche aggiornamento. Insomma, a prescindere da chi sarà ai vertici della FIGC nei prossimi anni, serve che costui abbia l’umiltà e l’intelligenza di delegare le riforme “tecniche” a gente di calcio (Baggio, Maldini, Del Piero, o chi volete voi), senza interferenze politiche, e occuparsi piuttosto di promuovere regole e indirizzi finalizzati non ad aiutare Tizio o Caio in cambio di voti (cosa in cui i poltronantropi sono maestri), ma a rilanciare il calcio italiano come fucina di talenti e come polo attrattivo per investimenti e calciatori stranieri di primo livello.


Per recuperare la fiducia e l’affetto di milioni di juventini, invece, servirebbe riparare agli scempi di Farsopoli e Plusvalenzopoli chiedendo scusa e restituendo il maltolto (ove possibile), ma soprattutto dando l’impressione di una Procura FIGC che non agisce come il Tribunale dell’Inquisizione per qualcuno e come un complice che si gira dall’altra parte con qualcun altro.


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