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Gli eroi in bianconero: Luciano FAVERO

di Stefano Bedeschi

«Ero a conoscenza delle trattative della Juventus per prelevarmi dall’Avellino e mandarmi alla Lazio, quale contropartita di alcuni giocatori; partii per le vacanze con la consapevolezza di vestire la maglia biancoazzurra laziale. Fu proprio in vacanza che ricevetti dalla società la notizia del mutamento di programma; la cosa mi lasciò letteralmente incredulo e la mia felicità esplose nel più vivo entusiasmo. Poi è sopraggiunta una fase all’insegna della paura di commettere errori; essere accanto a personaggi di fama mondiale, mi ha fatto scaturire un senso di inferiorità e di imbarazzo che ha creato delle difficoltà al mio rendimento iniziale. Soprattutto, ero deluso dalla consapevolezza di vedere i tifosi juventini titubanti a un mio impiego nella squadra bianconera; molto mi giudicavano non da Juventus. È stato un periodo molto duro, poi, in una partita casalinga contro il Napoli, sono riuscito ad annullare Maradona e la gente ha cominciato a scoprire anche Luciano Favero, quale protagonista delle vittorie della Juventus».

VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1986
I valori molto sbattuti e decisamente sviliti della vita, con quello che si sente, si vede e si legge, anche nel mondo della pedata, sempre più raramente propongono giocatori idilliaci, uomini semplici e rincuorenti. Può essere il caso nella Juventus di uno Scirea e aggiungo subito di un Favero.
In cosa Luciano Favero sia veneziano non saprei dirlo, oltretutto è di una borgata veneziana, cioè Santa Maria di Sala; e della Laguna si legge che tramortita dalla sua storia, tra palazzi ducali fatiscenti e glorie ormai illanguidite, su se stessa giace. La gente si chiede: Venezia quanto durerà? Forse mille volte più di noi umili mortali, coi nostri giorni contati; ma è certo che la Laguna affonda e non è allegro capitare a Venezia sotto la pioggia battente. Con la neve acquista invece un suo candore da sudario, diventa città abitabile tutta da intellettuali al soldo di quello scrittore odiatissimo da Goethe e grandissimo (rancori tra geni, mira solo tra Platini e Maradona) di Thomas Mann.
Non so dunque di Favero che quello che vedo, ed è molto; vedo un uomo nella sua semplicità, nel suo nero baffo si possono scorgere piccole immense cose del carattere umano; quella consapevolezza di vivere la parte con umiltà in ogni istante, anche facendo i giocatori di successo.
Su «Prima», che è un superbo mensile di giornalisti per giornalisti, il mio amico e sodale Gianni Mura lamentava la fine del giornalismo sportivo, con la «trasformazione del cronista da testimone degli avvenimenti sportivi in registratore acefalo delle dichiarazioni di presidenti, allenatori, calciatori... «E pressoché sparito il commento tecnico delle partite» lamentava, lui che ha sorte di impiegare il suo talento in un grande quotidiano politico.
In verità, Mura non ha ragione, perché il cronista sportivo deve sforzarsi in primis di essere serio e appassionato di calcio anche e soprattutto in funzione dei calciatori. E nonostante tutto, i calciatori sono la parte migliore della pedata; certo fossero tutti come Luciano Favero, Mura si divertirebbe a scoprirli e a riscoprirli, anche a intervistarli.
Sempre il giornalismo è lavoro, palestra di altruismo per noi stessi. Non dobbiamo considerarci personaggi ma cronisti.
Ma dicevo di Favero per confermare anche queste tesi, con questo personaggio totalmente romantico.
Ricordo la mia prima intervista a Favero al campo Combi, proprio all’indomani del disastroso match perduto 4 a 0 a San Siro con l’Inter. E mi aspettavo, dopo avergli dedicato una davvero severa pagella, di trovarlo corrucciato, deciso a chiudersi nel mutismo dell’avvilimento. Trovai invece davanti a me il signor Favero, l’intervista avvenne regolarmente e Favero si raccontò senza paroloni in modo perfetto.
Disse, riassumo, che ambientarsi nella Juventus dopo essere stato in una squadra come l’Avellino non era facile, mentre era facile, cioè garantito, che lui avrebbe saputo farsi valere, se i critici avessero avuto pazienza. Spiegò come era soltanto un problema psicologico ma che la fiducia di Trapattoni lo rincuorava e che presto ci saremmo ricreduti.
Quanti, a dire il vero, credevano nelle qualità e nelle risorse di Favero all’altezza di quelle domeniche?
Pochi. Ma si deve subito aggiungere che le perplessità non riguardavano punto la Juventus, dove il giocatore veniva considerato in virtù di qualità che all’occhio di Boniperti o Trapattoni non potevano sfuggire.
E Favero ebbe, infatti, un girone di ritorno positivo sotto ogni aspetto e si cominciò ad allineare al resto della squadra. Un giocatore adatto alla difesa ma in grado di discese snelle e convergenti. Un difensore tattico mai statico e sempre ricco di slancio. Un campione dell’impegno morale anche la domenica, imperlato di serenità, forse per il concetto antico che ha della sua famiglia – la moglie è siciliana e ne parla con orgoglio –- un campione come ne vorremmo molti, e invece ahimè ne abbiamo pochi così compenetrati nella professione da farne qualcosa di limpido, di vero, prima che qualcosa di tecnico.
Prima lo spirito insomma, poi la tecnica. Ed è in sostanza come se chi scrive recuperasse d’incanto, in mezzo ai frastuoni del consumismo uno dei personaggi mitici della Juventus, quei personaggi che a questa società lo hanno avvicinato, così da prediligerla egli su tutte culturalmente e storicamente per una scelta professionale.
La Juventus per un poveraccio è qualcosa di più di un hobby domenicale, di una ragione di tifo, ma può ipostatizzare un’intera vita, l’illusione di una vita. Non aveva forse la prima Juventus della leggenda, quella creata da Edoardo Agnelli, giocatori come Favero? Forse Caligaris era molto dissimile sul piano degli slanci del cuore? Era il denaro la parte fondamentale per Berto dal fazzoletto alla fronte e la sforbiciata perenne? Voi pensate che Favero sia particolarmente attaccato alla parte economica? Lo svincolo può interessarlo in qualche modo? Ambisce forse a ulteriori guadagni?
Io penso che Luciano Favero sia il massimo oggi, con pochi altri esemplari, di professionalità. La Juventus ha fatto un affarone acquistandolo. La sua partecipazione allo spartito è sempre più vivida e corposa. E riuscito or non è molto anche a insaccare un gol di bellissima esecuzione dopo una sgroppata di possesso.
Favero ha conosciuto il profondo Sud prima di salire lo stivale alla conquista della mitica Juventus. Secondo me le molte esperienze professionali lo hanno preparato al grande salto. Iniziava in C nel Messina, prima di passare ancora in A alla Salernitana dal pubblico specialmente caloroso.
E poi il Siracusa.
Chi non è mai stato a Siracusa, non sa cosa può essere questa città millenaria, pupilla degli dei, città di mura bianche che d’improvviso, diventano azzurre.
Luciano aveva già scelto la donna della sua vita, aveva poco più di ventanni, andava verso un futuro che non poteva prevedere. Nel 1981 il Siracusa lo cedeva in ottobre al Rimini in B. Vi giocava soltanto 7 partite ma con il suo impegno più fervido e alla fine di quel mese lo reclutava l’emergente Avellino, alla cui corte sgobbava un giovane dalla guancia pallida e fine di nome Marino.
Era fatta.
Nell’Avellino, Favero avrebbe giocato centotto partite in tutto, la Juventus lo notava e ne faceva, con l’occhio infallibile di Boniperti, l’erede di Claudio Gentile, intanto emigrato a caccia di nuovi guadagni.
La stabilità di rendimento, indice di classe, la duttilità di piede, indice di classe, la serenità comportamentale, fanno di Favero uno dei capisaldi difensivi dell’undici che a Tokyo ha conquistato la gloria mondiale.
Vi sono giocatori che escono dal copione e rappresentano una ulteriore dimostrazione di quel che il calcio sa dare ai suoi figli.
Il nostro venezian, scaldatosi al sole del Sud, negli occhi di una ragazza isolana, doveva trovare la ragione più profonda del suo destino.
La vita semplice, puntigliosa e costruttiva di Luciano Favero.
Che in campo ne fa uno stopper o un difensore di fascia – anche un libero – di totale sicurezza. E come dice Trap, dal piede buono.

FRANCO MONTORRO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 2002
Quando arriva a Torino, nell’estate del 1984, e diventa immediatamente “Il Baffo”, Luciano Favero è ancora un giocatore giovane, 27 anni, ma ricchissimo di un’esperienza maturata sui campi della provincia e Trapattoni per sostituire Gentile ha bisogno soprattutto di un difensore rodato e affidabile, di spessore. A dire il vero, quel ricordare il passato fra club di non primissima fascia (Varese, Messina, Salernitana, Siracusa, Rimini e Avellino) è piuttosto ingeneroso nei confronti del giocatore nativo di Santa Maria di Sala, Venezia, perché le cinque stagioni trascorse in bianconero confermeranno sì la quantità, ma anche la qualità del gioco di Baffo Luciano. Ed anche l’affidabilità la mostrerà e la confermerà in oltre 200 partite con la maglia della Juve, quasi tutte da terzino destro, ma con ottime prestazioni anche al centro della difesa, e due gol. Il primo, il 27 ottobre 1985 a Udine: è il 2-0, al 50’ di una partita che poi vedrà i friulani segnare il gol della bandiera grazie ad una deviazione di Cabrini alle spalle di Tacconi. La seconda marcatura quasi due anni più tardi, a Torino: è il terzo gol bianconero nel 3-1 al Pescara.
Insomma, piedi buoni non solo per sporcare le giocate avversarie, ma anche per finalizzare a rete e per “battere” in un simpatico confronto a distanza il suo predecessore Claudio Gentile, che in bianconero di reti ne aveva messe a segno in totale una. Un confronto che oggi Luciano respinge con un sorriso. «Non sapevo di questo vantaggio su Claudio, ma naturalmente me lo tengo. La sua eredità non fu facile, soprattutto nei primi mesi, ma penso di essermela cavata bene anche grazie al fatto che per tre anni consecutivi non ho saltato una partita e i tifosi hanno fatto presto l’abitudine a vedermi con la maglia numero 2 della Juventus. I gol? Ricordo soprattutto il primo, all’Udinese. Io faccio un anticipo a metà campo e scatto in avanti, scambio con Serena e batto in diagonale Brini. Avevo i piedi buoni? Sì, sui cross giusti… Giocavo a destra, da terzino, ma all’occorrenza ho saputo prendere il posto sia di Brio che di Scirea, in quest’ultimo caso, ad esempio, quando Gaetano si infortunò nel corso della finale di Coppa Intercontinentale».
Cinque anni alla Juventus permettono di raccogliere molti ricordi e di poterli separare anche in maniera netta. «Il più bello è quello della Coppa Intercontinentale, al di là del risultato era già una cosa grandissima essere là. Poi ci sono stati momenti neri ma neri davvero. La sera dell’Heysel e quell’altra maledetta, nella quale anche se io non ero più alla Juve, imparai della morte di Scirea, povero Gaetano. Sì, le pagine felici sono state molte di più ma quel paio di nere sono state così profonde da essere dolorosamente indimenticabili. Torniamo alle note positive. I compagni: tutti straordinari. Lo dividevo la stanza con Stefano Tacconi. No, ci conoscevamo da prima di Avellino, perché avevamo fatto il militare insieme».
Dopo cinque stagioni alla Juventus, nell’estate 1989, le strade di Luciano e della società bianconera si separarono. «Sono andato a Verona, nell’ultimo anno di Bagnoli. Una stagione sfortunata, culminata con la retrocessione, presto riscattata solo un campionato dopo con la promozione della squadra affidata a Fascetti. Poi ho smesso, ad altissimo livello. In effetti sto ancora giocando in una squadra di Prima Categoria, ma soprattutto per tenermi in forma alla mia veneranda età. Sono tornato nel mio paese natale, ovviamente seguo con affetto una Juventus, che in questa stagione mi sembra aver trovato un eccellente equilibrio. Tutte le squadre hanno alti e bassi e in questo senso mi sembra che la Juve sia quella più abituata a gestirli. Il calcio di oggi? Sul campo è uguale al mio. È il contorno a essere cambiato».
Parola di Baffo? «Parola di Baffo, anche se li aveva anche Tacconi. E Boniek, ma erano chiari. E Rush, piccoli, quasi invisibili».
Parola di un giocatore che alla Juve ha dato moltissimo e che questo mese ci ha fatto piacere salutare per tutti voi.
 


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