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Gli eroi in bianconero: Bruno LIMIDO

di Stefano Bedeschi

NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 1-7 LUGLIO 2003
«Il calcio è una brutta bestia. Ti dà tanto: fama, soldi, protagonismo. Poi tutto sparisce e inizia il difficile. Allora bisogna essere forti dentro, se no ti perdi».
Bruno Limido, oggi simpatico quarantaduenne, detta la ricetta per il “day after” del calciatore professionista. E lo fa a pieno titolo, viste le oltre 200 partite tra A, B, C1 e C2 al suo attivo. Migliaia di chilometri macinati, quasi sempre solcando la fascia sinistra, tra il ‘79 e il ‘93 con le maglie, tra le altre, di Varese, Avellino, Bologna e Juventus. «Finita la carriera, per qualche tempo sono rimasto nell’ambiente. Ho seguito i giovani del Varese e per un anno ho fatto l’osservatore per il Parma».
Si copre il volto con le mani: «Dopo aver visto tre volte Pippo Inzaghi, all’epoca all’Atalanta, ma di proprietà del Parma, scrissi che non era poi un granché, dato che finiva sempre in fuorigioco. Un’altra volta manifestai grossi dubbi sui gemelli Filippini... e lì terminò la mia carriera da osservatore. Se rimani nel calcio devi avere la possibilità di crescere. In troppi invece sono costretti ad accontentarsi di ruoli di secondo piano. Allora ho preferito seguire altre strade. Senza rimpianti, né dolori».
È un fiume in piena, Limido. «Se parlo troppo, dimmelo. Il mio mestiere è vendere e di parole ne devo usare parecchie».
Grassa risata e riparte. «Con il calcio di un certo livello ho chiuso nell’89 dopo l’ultimo anno in A con il Cesena: venticinque partite, un malleolo fratturato, un rientro in tutta fretta dopo solo quindici giorni dall’incidente, con tanto di gesso tolto con le mie mani perché “dovevo” giocare, per ottenere la riconferma. A quel punto, anche per motivi familiari, ho deciso di tornare a Varese».
La svolta di Bruno e datata 1995. «Un amico ebbe l’idea di creare una cooperativa di servizi, di quelle che offrono ai clienti manodopera per tutta una serie di attività, dalle pulizie alla logistica. Avevo altri progetti: mi sarebbe piaciuto aprire un agriturismo, magari con un laghetto per la pesca sportiva. Comunque dissi di sì. Mi affidarono i rapporti con i clienti e la gestione del personale».
Comincia per Limido la seconda carriera di... cursore. «In un anno arrivo a centomila chilometri. La cooperativa è cresciuta, oltre alla sede principale di Varese abbiamo uffici a Milano, Torino, Bassano del Grappa e Modena. I soci lavoratori sono milleduecento, impiegati soprattutto nei servizi di logistica e magazzinaggio. I nostri clienti più importanti appartengono al settore alimentare e a quello dell’abbigliamento».
Bruno è soddisfatto e non lo nasconde. «Dal ‘99 la cooperativa viaggia da sola sotto l’insegna del CIS, Consorzio Italiano Servizi. Il lavoro c’è, quella che manca, purtroppo, è la manodopera. Se potessi contare su un centinaio di braccia in più, sarei felice perché i clienti tendono ad aumentare: segno che faccio bene il pressing».
In Limido il carattere aperto, gioviale lascia intravedere una certa robustezza d’animo. «È quello che ti dicevo prima: ci vuole forza interiore. Solo così riesci a trovare l’equilibrio vincente. E lo sport ti forgia».
Il pensiero corre all’estate dell’80, quando il diciannovenne Limido da Varese finisce dritto dritto ad Avellino. «Non mi ero mai allontanato da casa, prima. Sibilia (storico padre-padrone dell’Avellino, ndr) era amico di Colantuoni, presidente del Varese e avellinese d’origine. Affare fatto per tutti, anche per me: dalla C1 andavo in A. Pensavo che Avellino, essendo al Sud, fosse una città piena di sole. Errore: trovai un freddo bestiale. Ma i tifosi ti facevano sentire tutto il loro calore. Solo a Lecce ho provato sensazioni simili. L’Avellino è rimasto nel mio cuore: ho esordito in A dal primo minuto alla terza di campionato. Ci ho giocato per tre stagioni conquistando tre salvezze e poi sono andato alla Juventus. Grandi soddisfazioni, ma anche profondo dolore per il dramma del terremoto del novembre ‘80».
Bruno lascia il Sud per la Vecchia Signora nell’84. Un trasferimento da raccontare. «Il 6 maggio giochiamo a Torino. Con un punto a testa la Juve vince lo scudetto e noi ci salviamo. È quello che succede, con festeggiamenti negli spogliatoi. A un certo punto mi trovo in mezzo a Boniperti da un lato e Sibilia dall’altro. In mano hanno il mio contratto, un triennale. Tu che avresti fatto? Non avresti firmato? E a quei due come glielo spiegavi? Il fatto è che non sarei dovuto rimanere a Torino. Il mio cartellino era stato inserito nella trattativa per Giordano. Ma saltò l’accordo, invece che alla Lazio rimasi alla Juventus, giocando poco. Col Trap parlavo in dialetto, tra lombardi ci si capisce. Ogni tanto gli chiedevo “Mister, mi mette titolare?”».
Alla fine furono soltanto quattro le gare in campionato e ben tre in Coppa Campioni, quella vinta all’Heysel. «Un incubo. A un certo punto ho visto un uomo con un bambino ferito in braccio. Veniva verso gli spogliatoi e voleva uscire dallo stadio. Ma c’era un cancello chiuso con catena e lucchetto. Non so come, ma è riuscito a spezzare la catena e a portare via di lì suo figlio. Eravamo scioccati e non è vero che festeggiammo negli spogliatoi».
A Limido toccò anche un compito ingrato. «Facevo parte della delegazione della Juve che andò all’aeroporto ad accogliere le salme dei tifosi morti a Bruxelles. E non aggiungo altro».
Giriamo pagina, la parentesi juventina regala anche una singolare gara di fine allenamento. «Qualche volta il Trap metteva un paletto tra palo e traversa, in modo da creare un triangolo all’altezza del sette. Bene, chi infilava il pallone in quel triangolo, andava a fare la doccia. Platini era il primo a uscire dal campo. Io, Caricola e Pioli gli ultimi».
In coda un curioso dettaglio. Diventato col tempo un ricordo prezioso: «Non sarò stato bravo come Platini o Maradona, ma sono l’unico calciatore che ha segnato direttamente dal corner sia di destro che di sinistro: il primo gol l’ho fatto in Udinese-Avellino, nell’84-85, l’altro in Fiorentina-Cesena, ‘88-89».
Chapeau, monsieur Limido!
 


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