Sorrentino: "Il rigore parato a Ronaldo? Non l’ha presa benissimo. La Juventus mi scartò e dentro di me..."
L'ex portiere di Chievo e Toro, Stefano Sorrentino, è intervenuto ai canali di Radio TV Serie A per la rubrica Storie di Serie A. Le sue parole:
Parare i rigori
“Il rigore più difficile da parare è quello molto rasoterra: andare giù spesso è complicato soprattutto se il tiro è molto angolato. Adesso poi va di moda bagnare i campi e la palla spesso schizza. Anche il rigore calciato all’incrocio alto è molto difficile da parare ma allo steso tempo è parecchio rischioso. Il rigore più sicuro alla fine è quello centrale a mezza altezza perché nove volte su dieci il portiere si butta”.
Il rigore di Ronaldo
“Non l’ha presa benissimo. All’andata sono stato costretto ad uscire per un infortunio dopo uno scontro con lui, quindi si è creata un po’ una polemica social. Al ritorno allo Stadium già dal mattino ero convinto che se ci fosse stato un calcio di rigore lo avrei parato. Mi ripetevo che avevo la fortuna di giocare contro il più forte al mondo, che aveva fatto gol a tutti: per rimanere nella storia dovevo fare qualcosa che non aveva ancora fatto nessuno. Ancora oggi nonostante 300 presenze in Serie A la prima cosa per cui mi ricordano è il rigore parato a Ronaldo (ride n.d.r.). È chiaro che quando hai la fortuna di parare il rigore al calciatore più forte del mondo ti ricordano per quello. Personalmente fa grande curriculum anche se poi quella partita l’abbiamo persa 3-0, quindi non è un rigore a cui sono particolarmente affezionato. Essere stato il primo portiere a parargli un rigore ma anche l’unico in Italia a cui Ronaldo non ha segnato è una grande soddisfazione personale ma quello che conta alla fine è il risultato di squadra”.
Il ruolo del portiere
“Il calcio di rigore per me è una questione psicologica. Io chiedevo sempre al mio match analyst di fornirmi i filmati della preparazione di un attaccante al calcio di rigore: il suo comportamento, il suo atteggiamento corporeo, la sua postura... C’erano calciatori che si innervosivano se prima del tiro il portiere gli andava vicino. Mutu ad esempio se il portiere andava a dargli fastidio facendo un po’ il pagliaccio spesso faceva il cucchiaio. Ci sono tanti piccoli segreti, il portiere deve indurre il rigorista all’errore anche attraverso questi comportamenti, deve toglierli sicurezze. Studiando Totti ad esempio avevo capito che se vedeva il portiere fare movimenti strani prima del fischio, calciava forte centrale. Durante una partita contro la Roma c’è Francesco sul dischetto, io inizialmente gli lascio tre quarti di porta libera - così da indurlo a tirare centrale - per poi sportarmi verso il centro della porta. Il problema è che lui ha calciato all'incrocio dei pali (ride n.d.r.). A fine partita però mi ha detto che l’avevo messo un po’ in difficoltà e aveva dovuto cambiare tiro, fortuna che non tutti sono Francesco Totti”.
I portieri in Serie A
“Handanovic nel parare i rigori era quasi una sentenza nei suoi anni d’oro, io e lui eravamo i migliori in quest’ambito. Per chi calciava non era mai facile affrontarlo, era il para - rigori perfetto”.
L’inizio carriera
“Inizio nel settore giovanile della Juventus, ero un ragazzo con tanti sogni e ricordo che noi ci allenavamo nei campi di fianco alla prima squadra, una cosa che adesso non si fa più. Vedere portieri come Tacconi e Peruzzi era qualcosa di unico. Io, finito allenamento, rimanevo lì a guardarli cercando di prendere il più possibile da loro, è stata la mia vera scuola e la mia fortuna nella crescita. Ad un certo punto la Juventus mi ha scartato e dentro di me è partito un qualcosa di diverso che mi ha spinto a dare di più. Sono passato poi al settore giovanile del Torino con cui ho debuttato in prima squadra. In maglia granata ho fatto più di 100 presenze. Anche in una cosa negativa come una bocciatura bisogna avere la forza di prendere ciò che c’è di positivo e rialzarsi”.
La soddisfazione più grande
“Sicuramente indossare maglie importanti come quella del Torino, Chievo e Palermo oltre alle mie parentesi all’estero. È chiaro che per un torinese come me i colori granata hanno un peso diverso per la storia che si portano dietro. Sono orgoglioso di aver indossato una maglia con quella caratura e aver fatto parte della storia del Toro. Mi ritengo una persona fortunatissima per questo. L’unica cosa che non sopportavo del mio lavoro erano gli infortuni ma se sono arrivati probabilmente dipendeva dal fatto che il fisico aveva bisogno di risposo. Io mi ritengo una persona positiva di mio, anche riguardo gli errori che ho commesso. Penso che gli errori siano parte della mia vita, mi hanno reso più forte. Rifarei tutto di quello che ho fatto, mi ritengo una persona fortunata che ha fatto il mestiere più bello del mondo”.
All’estero
“Giocare all’estero è stato bellissimo. Sono arrivato ad Atene quando avevo 25 anni, ero uno dei primi italiani ad andare a giocare in Grecia. È stata un’esperienza che mi ha aperto tanto la mente e mi ha fatto crescere molto soprattutto come uomo oltre che come calciatore. Anche giocare in Spagna è stata un’esperienza stupenda, adoro il paese, ci andrei a vivere, sono appena tornato da quattro giorni a Madrid”.
Il Chievo Verona
“Bisognerebbe farci un film sul Chievo. Verona già di suo non è una città grandissima, Chievo addirittura è un quartiere di Verona e ha fatto 17 anni di Serie A nel periodo più florido del calcio italiano. Io ho avuto la fortuna di giocarci per nove anni. Mi ricordo che la prima stagione eravamo partiti malissimo e a Natale avevamo solo nove punti e tutti ci davano già per retrocessi. Il giorno di Santo Stefano dovevamo fare allenamento ma aveva nevicato tanto, arrivato al campo di allenamento vedo un signore che stava spazzando la neve dal terreno di gioco: era Luca Campedelli, ho ancora i brividi a pensarci. Quell’anno poi siamo riusciti a salvarci facendo un girone di ritorno stupendo. Ci siamo salvati anche le stagioni successive grazie soprattutto ai valori del club: valori che non si trovano facilmente nel mondo nello sport ma nella vita in generale”.
Palermo
“Probabilmente l’esperienza più bella della mia vita. A più di dieci anni dalla mia ultima partita l’amore del popolo rosanero nei miei confronti è qualcosa di unico. Sono diventato il loro idolo nel momento in cui sono atterrato all'aeroporto, in quei tre anni e mezzo hanno apprezzato chi sono realmente al di là dei risultati sportivi. Palermo e la sua gente li porterò sempre nel cuore, ogni volta che ho bisogno di un momento per staccare e ricaricare io prendo e vado a Palermo, solo il fatto di passeggiare per la città mi da una carica incredibile. È una città e un popolo unico a cui sarò sempre grato, spero possa tornare il prima possibile in Serie A. Entrare in quello stadio e andare sotto quella curva sono state emozioni indescrivibili”.
La carriera da attore
“È una parola molto grossa, adesso non esageriamo (ride n.d.r.). Ho recitato nel film Zamora (2023) diretto da Neri Marcorè, mio grande amico, che mi chiese di dare una mano al protagonista Alberto Paradossi che nel film interpretava un portiere e io dovevo allenarlo e insegnargli come parare. Il problema è che doveva stare attento a non farsi male ma allo stesso tempo allenarsi non era facile. Io allora scherzando mi proposi per una parte nel film e dopo un paio di giorni mi chiamarono per una comparsa: ero il portiere di questa fabbrica. Una giornata che ricorderò per sempre, lì ero davvero sotto stress, ho rifatto la scena un paio di volte. Ringrazierò sempre Marcorè e Paradossi per l’opportunità”.
Una carriera tra le piccole
“Io mi reputo una persona fortunatissima, tante volte ho preso la decisione di non andare in una grande squadra perché volevo sentirmi un leader, volevo sentirmi importante e non volevo fare il secondo portiere come sarebbe successo in una big. Io non ho mai guardato alle categorie, volevo solo giocare. Dicevo sempre alle mie figlie che se avessi guardato gli altri giocare senza essere in campo allora voleva dire che mi ero ritirato, infatti ho smesso quando ero ancora titolare”.
Gli occhi della tigre
“Sono cresciuto con i film di Rocky. Quando sento dirmi che avrei dovuto giocare in una grande squadra o in nazionale io rispondo che probabilmente in quel periodo non avevo gli occhi della tigre: mi mancava ancora qualcosa. Questo ancora oggi è il mio motto e quello che cerco di insegnare ai miei figli”.
Il post carriera
“Ogni tanto vado in tv, ho chiuso da poco un percorso come direttore tecnico in un club di Lega Pro e sono in attesa di un prossimo progetto magari con un ruolo manageriale”.