Romy Gai celebra la Juve della Triade: "Anni di straordinari successi in ambito sportivo, economico e commerciale"
Romy Gai, ex Direttore Commerciale e Marketing della Juventus, assistente dell'allora amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo, ha parlato ai microfoni del Corriere di Torino. Le parole del manager torinese, oggi Chief Business Officer della Fifa: "L'esperienza alla Juve dal1992 al 2006? È lì che ho sostenuto l’unico colloquio di assunzione della mia vita, con Gianluigi Gabetti: a quanto pare feci una buona impressione… Iniziai a lavorare in un mondo distantissimo da quello di oggi: la parola marketing non esisteva. All’epoca la pubblicità a bordocampo si vendeva per cartelli, attraverso operatori locali. Così inventai una nuova formula: un’offerta diversa riservata solo a 8 grandi aziende, anziché alle oltre 40 che si erano divise la visibilità fino a quel momento. Il mercato non era pronto per un cambiamento così radicale e infatti all’inizio la fatica è stata tanta. Siamo stati innovatori, con un metodo di lavoro diverso da tutti. Il successo era sportivo, economico e commerciale: la quotazione in borsa, anni di bilanci sani, il pagamento dei dividendi. E straordinari successi. Dopo la Juve sono stato tra i pionieri del mercato arabo? Nel 2003 la Juventus è stata la prima squadra occidentale a giocare una partita ad Abu Dhabi. Ho cominciato a coltivare relazioni locali finché il governo degli Emirati Arabi Uniti mi ha chiamato per creare da zero una Lega Calcio. Gli uffici non erano pronti così, per avere Internet, nei primi tre mesi abbiamo lavorato da Starbucks. Ho cercato di portare un modello simile a quello della Champions League; in sei mesi, è diventata, per importanza e fatturato, la quinta Lega di tutta l ’Asia. È s tata un’esperienza straordinaria, che mi ha consentito di conoscere a fondo la realtà del mondo arabo e di convincere la Lega Calcio italiana a spostare la Supercoppa in Arabia Saudita. Persone fondamentali nel suo percorso? Sul lavoro, Giraudo e Infantino. Nella vita, invece, mio padre: ha accettato che non lavorassi nell’azienda di famiglia che ancora oggi si occupa della distribuzione di lastre di vetro. E poi mia moglie Francesca. Ci siamo conosciuti lavorando, rappresentava la famiglia Gheddafi. Lei conosce e comprende le problematiche del mio lavoro, viaggi compresi, altrimenti non sarebbe possibile mantenere vivo il rapporto. Siamo una bella squadra".