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McKennie: “Alla Juve un ottovolante emotivo, ma qui mi sento a casa”

di Marta Salmoiraghi

Il centrocampista della Juventus Weston McKennie ha raccontato il suo percorso in bianconero durante il podcast The Cooligans, parlando delle difficoltà vissute, della crescita personale e della scelta di restare nonostante i momenti complicati.

«Il mio tempo alla Juve è stato un ottovolante emotivo. Penso che sia una relazione piuttosto pubblica, sì, una relazione pubblica come si può dire. Però mi sono sempre sentito a casa qui e ho sempre sentito di appartenere a questo posto».

Il centrocampista statunitense ha poi sottolineato quanto la fiducia in se stesso sia stata fondamentale per superare i momenti difficili: «Io rimango sempre fedele a ciò in cui credo e alla fine credo in me stesso più di quanto facciano gli altri. Penso che sia questo che mi ha portato avanti nella mia carriera molte volte».

McKennie ha spiegato anche quanto l’esperienza alla Juventus lo abbia aiutato dal punto di vista mentale: «Essere qui mi ha insegnato molto, a essere onesti. Mentalmente mi ha insegnato molto: quando sei con le spalle al muro devi andare avanti, abbassare la testa e lavorare».

Un passaggio anche sulla crescita personale e sull’influenza della cultura italiana: «Anche solo maturità in generale. Qui mettono molta… non direi pressione, ma è la cultura italiana, capisci? Sono eleganti, maturi, parlano bene, e penso di essere cresciuto anche in questo. Io sono sempre stato uno che si adatta facilmente, e anche dai ruoli che faccio in campo si vede».

Il bianconero ha poi parlato del rapporto con gli allenatori e della sua attitudine al lavoro: «Per me è difficile non avere un buon rapporto con un allenatore, perché il mio gioco è lavorare, lavorare, lavorare. Sono un “workhorse”. In qualsiasi sport ogni squadra ha bisogno di uno così».

Infine ha ricordato il momento in cui la Juventus aveva pensato di cederlo circa un anno e mezzo fa: «Avrei potuto prendere la via facile quando la Juventus voleva vendermi un anno e mezzo fa. Avrei potuto dire: “Ok, non mi volete qui”. Ma io sapevo di poter giocare in questa squadra e di poter tornare titolare. Sapevo che non sarebbe stato un percorso semplice: magari stare in panchina, allenarmi durissimo ogni giorno. Ma ero disposto a farlo. A volte devi capire che le cose non sono sempre facili e non ti vengono regalate».

E ha concluso: «Quando hai le spalle al muro non puoi più tornare indietro. Puoi solo andare avanti».


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