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Inter-Juve, Nesti: "Un mio ricordo indelebile"

di Redazione TuttoJuve

A quattro giorni dalla caldissima sfida tra Inter e Juventus, Carlo Nesti scava nel passato di questa classica del calcio italiano e racconta un suggestivo capitolo di questa storia infinita. Le parole del giornalista torinese postate sulla sua pagina facebook: 

"Arriva il derby d'italia! Si scatena l'inferno sui social!

Perché, il primo giugno 1967, a 12 anni, capii quanta “passione” fa rima con “pallone”

Nell'attesa di Inter-Juve, vi regalo un racconto, con il quale si risale alle ore 18,00 del primo giugno 1967. È l'ultima giornata di campionato, e la Juve di Heriberto Herrera ha un solo punto di distacco, rispetto all'Inter di Helenio Herrera.

Ci si gioca tutto in extremis, come accadrà spesso nella storia della Juve. Nel 1973, come nel 1977, come nel 2000, e come nel 2002.

I bianconeri affrontano la Lazio, allo Stadio Comunale di Torino, e si battono contro una squadra, che lotta per non retrocedere. L'Inter, invece, reduce dalla sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni, contro il Celtic, affronta il Mantova in trasferta.

Dovete sapere che quello è il giorno, nel quale mi lego di più alla Vecchia Signora, perché come mi è capitato di spiegare, tante volte, mi sento molto più Paperino, che non Topolino. Alludo al fatto, che mi appassiono per chi cade e si rialza, e cioè per i perdenti, piuttosto che per chi vince sempre.

E quel giorno si verifica proprio la contrapposizione fra una formazione pluri-decorata, l'Inter di Moratti e Allodi, e una squadra, che sa di non essere la "più forte", ma è consapevole anche del fatto che vince, spesso, chi è "più bravo".

La Juve non conquista lo scudetto dai tempi di Charles e Sivori, e ha proprio le caratteristiche di Paperino, nel senso che è una versione, soprattutto, agonistica, quantitativa, e temperamentale del calcio, come si deduce dalla formazione che scende in campo.

Anzolin,

Gori,

Leoncini;

Bercellino,

Castano,

Salvatore;

Favalli,

Del Sol,

Zigoni,

Chinesinho,

Menichelli (fratello dell'olimpionico di ginnastica).

In pratica... 1-3-3-3: Anzolin in porta, Castano libero, Bercellino stopper, a destra Gori basso e Favalli alto, a sinistra Salvadore basso e Menichelli alto, Leoncini mediano, Del Sol regista, Cinesinho rifinitore, e Zigoni centravanti.

È un undici operaio, con un allenatore, che valorizza al massimo la preparazione atletica, e al quale viene rimproverato di "avere democratizzato l'aristocratica Juve", come scrive il grande Vladimiro Caminiti. È un gruppo senza stelle, ma formato da giocatori con "due palle così", primi tifosi della maglia che indossano.

Certo, tecnicamente non hanno nulla a che fare con Charles e Sivori. Tuttavia, se penso a Del Sol e Cinesinho, proporzionalmente, non trovo questa raffinatezza, abbinata alla corsa, nel centrocampo di oggi. E ciò, nonostante il fatto che la coppia Locatelli-Thuram mi convinca.

Superare la grande Inter di Helenio Herrera, nell'ultima giornata, è qualcosa di paragonabile al 5 maggio 2002.

La notizia del gol del Mantova contro i nerazzurri, che consegnerebbe lo scudetto alla Juve, in vantaggio per 1-0 sulla Lazio, arriva per telefono. "Tutto il calcio minuto per minuto", incredibile ma vero, non va in onda, per non alterare l'andamento delle partite. Pensate che differenza, rispetto al bombardamento televisivo di oggi!

Io ho 12 anni, sono in parterre, e sento il boato del pubblico propagarsi di settore in settore, con la sola comunicazione del passaparola. "Perde l'Inter! Perde l'Inter!". Sembra che l'Inter, una delle più grandi squadre della storia, giochi oltreoceano, con il risultato in arrivo, attraverso l'alfabeto Morse...

È una incredibile papera del portiere Sarti, al quale sfugge il pallone di Di Giacomo, fra le mani, come una saponetta, a determinare il kappaò dell'Inter in Lombardia.

A Torino, invece, segnano prima Bercellino, stopper infortunato, e dunque schierato in avanti, per non creare danni in difesa, e Zigoni, attaccante naïf, che oggi giocherebbe tranquillamente in nazionale.

È un ricordo speciale, che mi porterò sempre dietro nella vita, perché, nell'intervallo di quell'incontro, mentre la Juve pareggia 0-0, e dell'Inter non si sa nulla, passo 15 minuti a piangere sotto la mia bandiera,con il solito pessimismo cosmico, che spesso mi caratterizzerà.

È la convinzione, provata poi tante volte, in Champions League, che la Juve non ce la può fare. Vengo consolato da mio padre, e dagli amici di mio padre, per un quarto d'ora, capaci di riaccendere la speranza, che qualcosa possa cambiare.

Elaborando tanti episodi della storia del calcio, comprendo la mia tendenza a tifare sempre per chi parte sconfitto, e magari, alla fine, può alzare le braccia, vittorioso. C'è molto in comune, infatti, fra quella Juve operaia e il Toro post Superga. Si chiama "revanscismo": voglia di rivincita, che, per me, costituisce una molla irresistibile, nel calcio come nella vita.

Il desiderio di rivincita dei ragazzi del 1982, contro una stampa feroce e invadente. Il desiderio di rivincita dei ragazzi del 2006, contro la brutta fama, come conseguenza di Calciopoli. Nel pallone contano la tecnica, la tattica, il dinamismo e la fisicità, ma senza il cuore non si arriva da nessuna parte. Sicuro!"


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