Giandonato: "La Juve? Allenarmi con la prima squadra era come essere a Disneyland. Manninger? Avevo un bel rapporto con lui"
Intervistato da "Fanpage.it", Manuel Giandonato, ex centrocampista della Juventus, racconta la sua esperienza in bianconero, ricordando anche Alex Manninger, portiere austriaco recentemente scomparso: "Avevo un bellissimo rapporto con Alex Manninger, era un ragazzo davvero fantastico, sapeva fare tantissime cose e si interessava a tutto. Poi era un professionista esemplare davvero, in tutto, curava ogni dettaglio.
Il mio arrivo alla Juve? Arrivai alla Juventus che avevo 13 anni con la completa incoscienza di un bambino. Lì ho fatto tutta la trafila delle giovanili in maniera incosciente, senza troppi pensieri e paranoie mentali. Nel momento in cui sono arrivato alla soglia della prima squadra ci sono rimasto due anni continuando a conservare quell'incoscienza. Ho sofferto quando ho iniziato ad andare in giro in prestito. Avevo avuto la fortuna di stare 6 anni alla Juve, nel senso che per me il calcio e la normalità era la Juventus, non rendendomi conto che altrove non poteva mai essere uguale alla Juventus. Non ho avuto la facilità di adattarmi subito alle nuove situazioni e soprattutto, avevo iniziavo a percepire quel peso su di me del fatto che si aspettassero tutti sempre delle prestazioni da 8 in pagella. Io invece non avevo la lucidità e la serenità di auto-valutarmi a prescindere dal pensiero altrui. Ero molto condizionato dal pensiero altrui. Quella che per me era una partita normale per gli altri invece era una partita non sufficiente e io mi convincevo che era una partita non sufficiente, quindi ogni volta che andavo in campo per me era sempre un dover dimostrare di essere più forte degli altri. In quel momento lì a 19-20 anni non avevo quella quella forza, quella maturità di capire che dovevo fare un percorso a prescindere da quello che dicevano gli altri, dovevo lavorare più su me stesso che sul pensiero altrui.
La prima squadra? Ricordo il primo allenamento con la prima squadra. Fui catapultato dal campo della Primavera ad allenarmi con loro. Quando entrai in campo per me era Disneyland. Non mi era mai successo di andare con la prima squadra, di stare a contatto in campo con quei giocatori lì, e ricordo che mi venne incontro Fabio Cannavaro presentandosi a me: ‘Piacere Fabio'. Lì capisci che non è il campione in campo, è proprio lo spessore umano che fa la differenza. Lui capì che io in quel momento avevo un forte imbarazzo, non sapevo come comportarmi e in poche parole riuscì a rasserenarmi: ‘Piacere Fabio, stai tranquillo, sei uno di noi'. Io non ebbi neanche la forza di rispondergli e infatti lui mi chiese: ‘Mi dici il tuo nome? Dopo il primo infortunio di Lecce ricordo che Del Piero mi mandò un messaggio e 10 giorni dopo l'operazione ci fu Lecce-Juve, io ero negli spogliatoi e lui venne a cercarmi per salutarmi.
Il gol a Old Trafford? Quando ho segnato davanti a 85 mila persone non mi sono reso conto di quello che avevo fatto, ho solo pensato: ‘Ca**o ho fatto goal a Old Trafford'. Non avevo realizzato. Il giorno dopo in convitto c'era la trasmissione televisiva all'ora di pranzo che faceva rivedere le immagini ed è esploso un applauso generale da tutti i ragazzi, è bellissimo. Lì mi sono detto: ‘Cavolo, ho fatto un qualcosa che tutti i ragazzi che sono qui sognano di voler fare'".