.

Cabrini: “Il VAR va migliorato, Spalletti è l’uomo giusto per rilanciare la Juventus”

di Redazione TuttoJuve

L'ex terzino della Juventus e della Nazionale italiana, Antonio Cabrini, ha esternato il suo pensiero sul momento della squadra bianconera in un'intervista concessa a Time2play.com/it. Le sue parole:

Guardando alla Juventus: rispetto agli anni di Conte e Allegri, la gestione societaria degli ultimi anni sembra aver sprecato tempo e risorse. Come spiega questo cambiamento?
Il calcio è cambiato molto, così come la gestione delle società. Non vale solo per la Juventus. Oggi il business ha un peso enorme nelle scelte strategiche. È normale che ci siano trasformazioni profonde e che non si torni più alle dinamiche di una volta.

Con Spalletti si può aprire un ciclo duraturo?
A me Spalletti come allenatore piace molto: può essere il nome giusto per rilanciare la Juve. Se c’è progettualità e continuità, sì, si può puntare ad aprire un ciclo importante. Ma serve tempo per costruire qualcosa di solido.

Un altro grande tema di questa stagione è il VAR, tornato al centro delle polemiche dopo Inter-Juventus. Cosa non funziona?
Il VAR è uno strumento utile, ma va utilizzato meglio. Forse sarebbe opportuno coinvolgere anche ex calciatori nella gestione, per avere maggiore sensibilità sulle dinamiche di gioco. Inoltre non si può allungare troppo la durata delle partite con revisioni interminabili: bisogna rendere il sistema più rapido ed efficace, perché se prende questa direzione, questo calcio non mi diverte più di tanto.

Lei ha allenato la Nazionale femminile dal 2012 al 2017. Oggi il calcio femminile ha più visibilità rispetto al passato, ma siamo ancora indietro rispetto a Paesi come Spagna, Germania, Francia e Inghilterra. Che idea si è fatto?
Il movimento sta crescendo, ma cresce contemporaneamente anche negli altri Paesi, quindi aumenta la competitività generale. L’Italia sta facendo passi avanti, però per arrivare al livello delle nazionali più forti serve ancora tempo e continuità nel lavoro.
Anche la visibilità è importante: in alcune nazioni il calcio femminile è seguito da anni e viene visto sempre, non solo in occasione di grandi eventi. In Italia stiamo migliorando, e questo è fondamentale. L’importante è che il calcio femminile venga valorizzato per la sua identità, senza essere continuamente paragonato a quello maschile.

Manca poco più di un mese ai playoff per la qualificazione ai Mondiali, che sono di cruciale importanza per la Nazionale italiana. Come valuta il lavoro di Gattuso come ct e come vede le sfide con Irlanda del Nord ed eventualmente Bosnia o Galles?
È chiaro che quello di Gattuso non è stato un lavoro facile. Ha preso in mano una Nazionale che arrivava da un periodo complicato e con qualche problema strutturale. Credo però che stia cercando di trasmettere fiducia e l’entusiasmo giusto per puntare alla qualificazione. Non sarà facile, perché a questi livelli non esistono avversari semplici: il nome conta fino a un certo punto, in campo bisogna dimostrare tutto.

Ci sarà anche molta tensione, dopo due qualificazioni mancate ai Mondiali?
Sicuramente sì. Se l’Italia dovesse mancare anche il prossimo Mondiale, sarebbe il terzo consecutivo: sarebbe un disastro per il nostro calcio. Le pressioni sono inevitabili.

A proposito di crisi del calcio italiano: oggi sembrano nascere meno talenti puri rispetto al passato. Lei conosce bene i settori giovanili: da dove nasce il problema e come si può invertire la tendenza?
I talenti ci sono ancora, ma spesso non riescono a esprimersi. Nei settori giovanili oggi ci sono più allenatori che istruttori, che sono due figure diverse. Una volta l’istruttore curava molto la tecnica, i fondamentali, la crescita individuale. Oggi si pensa di più all’aspetto tattico e al risultato. Secondo me il problema nasce proprio lì.
La federazione è intervenuta con i centri federali, ma forse sono anche troppi: sarebbe meglio concentrarsi sulla qualità e sulla crescita dei ragazzi, più che sulla quantità delle strutture, che da sola non risolve niente.

Incide anche la maggiore presenza dei procuratori nel calcio di oggi?
I procuratori ci sono sempre stati, non è una novità. Oggi però hanno un peso maggiore, perché spesso sono loro a proporre e a indirizzare i giocatori verso determinate realtà. Hanno un ruolo importante nella costruzione delle squadre, ma alla fine le decisioni spettano sempre alle società.

Il dibattito tra “giochisti” e “risultatisti” è tornato attuale. Lei ha avuto come allenatore il Trap, che oggi verrebbe definito un risultatista, ma le sue squadre avevano talenti come Platini e Boniek. Che opinione ha su questo dibattito?
Ogni periodo ha le sue caratteristiche. Il calcio è cambiato nel tempo e gli allenatori si sono adattati. Parlare solo di gioco o solo di risultato è riduttivo: per ogni allenatore è fondamentale saper gestire la squadra e valorizzare i giocatori in base al contesto. A rispondere è sempre il campo.

A proposito di risultatisti, come valuta l’operato di Allegri che quest’anno è tornato al Milan?
Allegri è uno degli allenatori più preparati del campionato italiano. Ha sempre ottenuto buoni risultati e anche quest’anno sta facendo una stagione importante.

Un ricordo del Mondiale del 1982. La partita contro l’Argentina, in cui segnò anche un gol, resta leggendaria. Com’era affrontare Maradona?
In quel Mondiale avevamo un gruppo molto compatto, ed è stata la nostra forza. Non solo nella partita contro l’Argentina di Maradona. Affrontammo tante squadre straordinarie come Brasile e Germania, ma eravamo uniti e convinti dei nostri mezzi, sapevamo di poter far bene. Quella compattezza è stata la base del nostro successo.

Nel 2023 ha aperto un centro di padel con Cesare Prandelli a Cremona. Come nasce questa passione?
Il padel è uno sport che permette a tutti di giocare da subito. A differenza del tennis, dove serve più tempo per acquisire una buona tecnica, nel padel ci si diverte fin dall’inizio. È più accessibile e immediato ed è più facile avvicinarsi a questo sport per una fetta molto maggiore di persone.

Sta seguendo le Olimpiadi invernali? Quali storie l’hanno colpita di più?
Sì, le sto seguendo con molto interesse. Mi colpisce sempre la determinazione degli atleti, soprattutto quelli che arrivano alle competizioni dopo infortuni o difficoltà. Penso a campionesse come Federica Brignone o Sofia Goggia: hanno dimostrato grande forza e professionalità. Poi Brignone ha fatto vedere con le sue vittorie di essere una grandissima campionessa. Sono esempi importanti per tutto lo sport italiano. Anche la storia di Lindsay Vonn mi ha colpito molto per il suo ritorno agonistico e il suo infortunio.
 


Altre notizie
PUBBLICITÀ