Bonucci: "Con Conte abbiamo capito cosa vuol dire essere Juventus e vincere con la Juventus. Sui trionfi, la BBC e Vialli..."
Leonardo Bonucci intervenuto ai microfoni di Radio TV Serie A per la rubrica Storie di Serie A. Il suo lungo intervento:
I primi calci
“Il calcio è sempre stato parte della mia vita, prima dal corridoio della cameretta con mio fratello, poi dalle scale della palazzina dove vivevamo, per strada e infine nell’oratorio di Pianoscarano. Da lì è nato questo amore trasmesso da mio padre e da mio fratello”.
Il sogno di un bambino
“Non mi ricordo se sognassi o meno di diventare un calciatore ma sicuramente l’ispirazione ce l'avevo vicino casa: Angelo Peruzzi, che per noi viterbesi è sempre stato un esempio da emulare. Da piccolo quando sotto Natale le squadre dilettantistiche organizzavano degli incontri con Angelo io cercavo sempre di esserci per stringerli la mano. Avevo anche una foto con lui assieme al poster di Del Piero in cameretta”.
I ruoli in campo
“Io sin da bambino volevo giocare sempre, anche con quelli più grandi. Siccome ero il più piccolo della comitiva mi toccava sempre andare in porta e mi ricordo che alla prima partitella con i ragazzi più grandi ci rimisi subito un dito perché non è che ci andavano piano, giustamente. Io ho iniziato da difensore, per poi passare a centrocampista, esterno, attaccante e infine a 16 anni alla Viterbese di nuovo difensore. Diciamo che a undici ho fatto tutti i ruoli possibili. Ho giocato tanti anni da play davanti alla difesa e infatti la visione di gioco e il tocco di palla mi sono rimasti anche quando ho cominciato a fare il centrale e tutto ciò mi ha permesso di essere un difensore diverso da quelli che mi hanno accompagnato all’inizio della mia carriera”.
Il salto: da Viterbo all’Inter
“Sinceramente non è stato troppo difficile per me lasciare casa perché comunque era necessario per seguire il sogno che avevo. Forse lo è stato di più per mia mamma: i miei genitori erano dei dipendenti e quindi non potevano venirmi a trovare quando volevano. Ai tempi erano appena usciti i primi telefoni con la videochiamata e quello un po’ ha aiutato. Al di là dei momenti di sconforto iniziali io avevo ben chiaro il mio obiettivo, passare da Viterbo a Milano è stato sì traumatico, ma mai al punto di farmi pensare di mollare”.
La gavetta
“Io ringrazio quei passaggi (Treviso, Pisa…) perché comunque mi hanno fatto affacciare al calcio professionistico: fino a quel momento avevo giocato solamente nelle giovanili dell'Inter, una presenza in Serie A e un paio in Coppa Italia con Mancini. Quelle esperienze mi hanno permesso di andare a misurarmi con il professionismo vero. La Serie B mi ha permesso di crescere moltissimo sia a livello umano che a livello tattico: a 19 anni mi allenavo con ragazzi di 36 anni e in quel momento essere giovane in un gruppo di esperti non era così facile come adesso. Dovevi filare dritto, dovevi avere una mentalità forte e una grande disciplina. Devo dire che ho apprezzato tantissimo quegli anni perché mi hanno formato ancora di più il carattere e poi perché a Pisa ho conosciuto Ventura che è stato un allenatore che ha avuto un ruolo molto significativo nella mia carriera”.
Il Bari
“All’inizio di quella stagione avevamo tanto scetticismo attorno ma il ruolo di mister Ventura e quello che ci ha insegnato è stato molto importante. All’esordio giocammo subito a San Siro contro l’Inter del triplete e facemmo una grande partita. Quell’anno ricordo che ne giocai 38 su 38: per me è stato un grande salto di carriera”.
La Juventus
“Nel periodo del trasferimento vivevo un sogno ad occhi aperti: avevo terminato il Mondiale in Sudafrica dove non avevo messo piede in campo e allora chiesi di arrivare qualche giorno prima a Torino per ambientarmi in modo da essere subito in condizione. Arrivare lì e vedere quel tipo di organizzazione e migliaia di tifosi in ritiro a sostenere la squadra mi sembrava un sogno. Passare dal Bari alla Juve è stato un salto importante ma ho avuto la fortuna di ambientarmi subito nello spogliatoio e di entrare presto in sintonia con i senatori, con il mister e con la dirigenza. Anche se fu un anno complicato a livello di risultati, a me ha dato delle risposte importanti per restare in bianconero e giocarmi le mie carte l’anno successivo, il primo di Conte”.
La leadership
“Penso che sia una parte del carattere che uno deve avere sempre, non è una qualità che si trova in giro. Nel corso degli anni impari tante cose dai punti di riferimento che incontri nello spogliatoio poi provi a farle tue e anche a modellarle a seconda della tua personalità. È un lavoro sicuramente difficile, devi capire quali sono le cose giuste da apprendere, io in questo senso sono stato fortunato perché alla Juventus ho avuto due modelli – Buffon e Del Piero - diversi tra di loro ma che erano le incarnazioni perfette di cosa significa essere un leader. Anche Antonio Conte in quanto a leadership non è secondo a nessuno: quando è arrivato ha stravolto la mentalità di tutti. Io ero arrivato in una Juve reduce da due settimi posti e prima ancora dalla Serie B, con Conte abbiamo capito cosa vuol dire essere Juventus e vincere con la Juventus: ci ha trasmesso una mentalità ben precisa dove come dice la famosa frase vincere è l'unica cosa che conta. Il mister ne è l’esempio perfetto: ancora oggi per un pareggio non ci dorme due notti, sicuramente lui a sua volta lo ha appreso dai suoi senatori durante la carriera da calciatore”.
La BBC
“La prima partita che abbiamo giocato tutti insieme è stata un po’ una sorpresa per noi. Avevamo giocato pochi giorni prima e andavamo a Napoli con il 3-5-2 ideato dal mister in appena due giorni. Successivamente, a mano a mano che continuavamo a scendere in campo insieme, tra di noi si sono creati sempre più automatismi. Io arrivavo da mesi dove avevo giocato poco e di colpo mi sono ritrovato titolare in una partita così importante e in un ruolo nuovo – avevo sempre giocato a 4 o terzino – e quella fu una scoperta incredibile del mister ma questo ti fa capire la sua attenzione ai dettagli per far rendere al meglio la squadra. Da lì poi è nata la nostra fortuna, poi va detto che dietro di noi c’era il portiere più forte del mondo. Ci sentiamo spesso, abbiamo addirittura un gruppo Whatsapp chiamato “I Fantastici 4” (Giorgio è “La Cosa” su quello andiamo sul sicuro). A parte Gigi che era già il numero uno noi tre ci siamo un po’ completati a vicenda: quello che mancava a uno veniva compensato dall’altro, ci siamo studiati a vicenda conoscendoci anche fuori dal campo e questo ci ha aiutato tantissimo nella carriera come si è visto dai risultati. Abbiamo sicuramente segnato un era”.
I trionfi
“Al di là degli scudetti che rimangono nella bacheca penso sia stato importante l’inizio. La vittoria dello scudetto a Trieste (Cagliari - Juventus 0-2 n.d.r.) ci ha lasciato dentro tante emozioni, quel genere di emozioni che vuoi continuare a vivere. Abbiamo sempre pensato che non bastasse mai, ogni volta che vincevamo volevamo vincere di più. Questa è una cosa che ci ha trasmesso Mister Conte e che noi abbiamo fatto nostra e successivamente abbiamo cercato di tramandare alle nuove generazioni”.
Il mental coach e i momenti difficili
“Ho iniziato questo percorso nel 2008, al tempo non era una cosa così comune. Alle volte ho ricevuto critiche ma sono contento che adesso sia visto come un valore aggiunto per tanti atleti: la testa ti aiuta ancor prima delle gambe e se hai la testa libera si performa meglio. È stato un percorso che mi ha aiutato molto: farsi aiutare non dev’essere visto come una vergogna ma come un valore aggiunto. Ho attraversato momenti difficili sia a livello di carriera sia a livello familiare ma non ho mai perso di vista l’obiettivo che nel caso di mio figlio era chiaramente la sua salute, ero sicuro sarebbe guarito. Poi una volta finito quel momento devi lavorare sul dramma che hai vissuto: io e mia moglie ci abbiamo lavorato molto sia con psicologi sia con mental coach. Questo va a creare un legame molto più forte e ti aiuta sia sul lavoro che nella vita privata. Ricordo che in quel momento avevo abbandonato il pensiero del calcio per tre settimane ma poi l’evolversi e il miglioramento della situazione mi ha permesso di tornare a fare il mio lavoro”.
Il derby in famiglia
“Fortunatamente mio figlio maggiore (che era tifoso granata) è tornato dalla sponda giusta del fiume (ride n.d.r.). Devo dire che l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve e l’addio di Belotti al Toro hanno aiutato. Ora sono entrambi juventini ma al tempo per me era una cosa normale: ognuno deve essere libero di esprimersi e di vivere la propria vita come vuole”.
La maglia azzurra
“Quello con la Nazionale è stato un rapporto viscerale, essere lì e indossare quella maglia per me è sempre stato un motivo di grande orgoglio, responsabilità, attaccamento e voglia. Sono state 121 bellissime presenze culminate con la vittoria dell’ Europeo, mi manca soltanto la parte relativa ai Mondiali: ho giocato infatti solo una partita ad un campionato del mondo, è un po’ il rammarico della mia carriera. Giocare un Mondiale infatti è un’esperienza diversa, ha delle vibrazioni diverse, delle pressioni diverse, però a parte questo se all’inizio della mia carriera mi avessero detto che sarei stato il quarto azzurro per presenze non ci avrei mai creduto. Nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto quello che ho ottenuto me lo sono andato a prendere con i denti nonostante i tanti detrattori che mi dicevano che non ero all'altezza. Ogni giorno avevo qualcosa da dimostrare, ogni giorno dovevo rispondere a qualcuno di loro e questo mi ha tenuto acceso, una volta che non ho avuto più quella fiamma dentro ho messo un punto alla mia carriera nel modo giusto e sono contento di averlo fatto. Ora sono pieno di quella vita e pronto a cominciarne un’altra”.
Italia - Svezia
“Io credo tanto nel destino, probabilmente doveva andare così… Soprattutto al ritorno a San Siro abbiamo fatto di tutto e di più ma ci sono state un po’ di situazioni che hanno cambiato la partita; la fortuna devi anche essere bravo a portarla dalla tua parte. Credo che se tutto fosse andato in maniera lineare nel percorso che ci ha portato fin lì, ci saremmo qualificati. Ricordo che a partita finita nello spogliatoio non riuscivamo nemmeno a guardarci in faccia, è stato un momento difficile ma come sempre le cose che ti deludono maggiormente sono quelle che poi ti aiutano ad andarti a prendere delle rivincite. Da quel momento infatti abbiamo reagito e abbiamo conquistato l'Europeo dopo 60 anni”.
Il passaggio al Milan
“Ho fatto delle scelte che qualcuno non condividerà ma in quel momento per me era giusto lasciare il posto che consideravo casa, ovvero la Juventus. Non è stato certo facile ma senza quella decisione non sarei l’uomo che sono oggi e non avrei incontrato una persona così importante come Rino Gattuso. Nelle scelte che ho fatto io ho sempre cercato di portare le soluzioni mai problemi”.
Gianluca Vialli
“Gianluca c’è sempre, chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo non può capire l’immensità e lo spessore della persona che era al di là del ruolo in campo. Quando passava lui sentivi proprio l’energia che cambiava: era un grande esempio anche se di poche parole, ma quei discorsi che faceva ti lasciavano tanto dentro. Ricordo che la mattina dopo la sconfitta con la Macedonia eravamo seduti insieme a Coverciano, lui si era allenato nonostante quello che stava passando e mi disse: “Tu che sei uno dei più vecchi qui devi essere da esempio e far ripartire subito questa macchina”. Faceva sempre il paragone con quello che stava passando e diceva che nonostante il suo tempo fosse ancora poco, lui viveva ogni giorno come se dovesse viverne cento. Mi fece capire che la cosa che dovevamo fare era prendere e ripartire già dalla partita con la Turchia pochi giorni dopo, anche se di fatto era un’amichevole, non c’era tempo per aspettare. Questo ti fa capire lo spessore della persona”.
Bonucci nel 2036
“Io tra dieci anni vorrei stare in giacca e cravatta al di là della linea in una grande squadra o in Nazionale, sicuramente in questi 10 anni ci sarà tanto da lavorare ma anche tanto da vincere”.