Gli eroi in bianconero: Roberto ANZOLIN

di Stefano Bedeschi
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«Avevo diciotto anni, stavo attraversando le cinquantadue Gallerie del Pasubio, quelle famose del 1915-18 sulle Piccole Dolomiti. Era buio. Presi una capocciata tremenda. Qualcuno mi toccò la mano: “Ti aiuto io”. Era una ragazza. L’ho sposata». Si chiama Gabriella e mezzo secolo dopo, in salotto, precisa sorridendo: «Ma non subito. L’ho sposato al suo secondo anno di Juventus, perché se fosse andato male, avrebbero dato la colpa a me. Infatti prese cinquanta goal, la Juventus finì quart’ultima. Peggio di così non poteva andare. Allora l’ho sposato». Il reduce dalla capocciata è Roberto Anzolin; nato a Valdagno (Vicenza) il 18 aprile 1938. Inizia la carriera nel Marzotto, due anni nel Palermo, i primi, quelli della consacrazione, poi una vita intera nella Juventus: tutta qui la storia sportiva di Roberto Anzolin, veneto di quelli buoni, poche parole ed un’infinità di fatti importanti.
«Mio padre era pettinatore alla Marzotto. Io iniziai a parare nel Valdagno Marzotto, in B. Sapevo che mi cercava il Milan. Invece mi dissero: “Roberto, per cinque milioni in più l’ha spuntata il Palermo”. Per un veneto di diciannove anni andare in Sicilia, nel 1959, non era uno scherzo. Partii con mio padre. Piansi in treno da Padova a Roma, dove un dirigente del Palermo, venne a prenderci con un’Aprilia da corsa che ci portò a Napoli. Viaggiava come un matto, lo pregai: “Piano, ho una carriera davanti!” Sbarcato a Palermo, mi portarono a mangiare la pasta con le melanzane a Mondello. Non l’avevo mai assaggiata, Gabriella me la fa ancora adesso. Vivevo allo stadio, nelle stanze che avevano ricavato per gli scapoli vicino alla tribuna della Favorita. Ero in stanza con Carpanesi. Toros mi faceva da fratello maggiore, mi portava al mare e a Messa. All’esordio a Bari mi fregò un autogol di Bernini. A Torino, contro la Juventus, parai tutto, anche un rigore di Cervato. Mi arresi solo a Sivori, in fuorigioco di cinque metri».
Il Palermo era stato appena promosso in Serie A: era una squadra forte, autoritaria, guidata da Totò Vilardo, sulla carta semplice segretario della società rosanero, nei fatti anima e corpo del Palermo. «Dai, Cesto», disse all’allora allenatore Cestmír Vycpalek, altra grande anima biancorosanero, «vieni con me a Valdagno, che c’è un portierino che ci farà subito dimenticare Pontel».
Vycpalek ricorda perfettamente musica e parole di quel Palermo: «E sì, era un fior di dirigente quel Vilardo. Magari procedeva oltre le righe, ma che fantasia, ragazzi. Fiutava i campioni come i cani fiutano i tartufi. Il Palermo aveva conquistato la A, però dovevano rifare la squadra, a cominciare dal portiere. Pontel dovette tornare all’Inter che ce l’aveva prestato: un’impresa non farlo rimpiangere. Quando Vilardo mi parlò di un ragazzino che stava spopolando in C nel Marzotto, decisi di partire subito. Quel ragazzino era Anzolin ed aveva appena vent’anni! Era forte, Roberto, come giocatore e come uomo, una pasta di ragazzo, socievole, modesto, sempre disponibile. Si lavorava bene con lui, perché era sempre lì, pronto a prolungare l’allenamento, mai un lamento, mai un smorfia. Fra i pali era agile come un gatto, praticamente imbattibile, schizzava da un palo all’altro con guizzi felini. Nelle uscite basse era impeccabile, non altrettanto nelle mischie ed in quelle alte, nei mucchi selvaggi che erano le aree di rigore di quegli anni di calcio giocato a viso aperto, quando un calcio in faccia non bastava per uscire dal campo: non si poteva mica restare in 10».
La seconda stagione in Sicilia, Anzolin la giocò con un altro allenatore, Fioravante Baldi. Fu determinante tante volte e la Juventus, che lo seguiva da tempo, alla fine del campionato lo volle a tutti i costi. Vilardo, fiutò bene l’affare e volle in cambio Mattrel, Burgnich ed una barca di milioni. Alberto Malavasi, mediano di quello e di tanti altri Palermo, un vero gentleman in campo e fuori diceva: «Roberto era l’ultimo baluardo, l’uomo dei miracoli, il gatto volante. Un’agilità incredibile gli permetteva di sventare goal già fatti. Sembrava piccolo, ma era nella media, solo che schizzava rapido come un proiettile. Certo, aveva qual che difetto, come tutti. Era leggero nelle uscite e spesso nelle mischie veniva spazzato via. Ma era un difetto, questo, o piuttosto un piccolo neo? Lui prevedeva lo sviluppo dell’azione ed era già sotto l’incrocio dei pali a fermare il pallone».
Racconta Roberto: «Ricordo le mie due stagioni nel Palermo con tenerezza e gratitudine: ricordo la Topolino che mi prestava Malavasi per spostarmi in città, ricordo l’amico fraterno Giorgio Sereni, che arrivò con me nel Palermo e che, come me, fece il militare a Viterbo. Ricordo soprattutto un campione, Ghito Vernazza, un vero trascinatore, un leader come si dice oggi. Poi ricordo la città, la Curva Nord, il suo calore straordinario, quel suo spiovere quasi sul campo con la sua passione scatenata. Non dimentico, soprattutto, che senza quel Palermo non ci sarebbero stati la Juventus ed i miei dieci anni bianconeri. Con allenatori strepitosi come Amaral, che era un padre per tutti noi, oppure Heriberto che, al contrario, era un generale, duro, diritto come un fusto, si spezzava ma non si piegava. Ci faceva lavorare duro, Heriberto. Ma che soddisfazioni, come riuscì a potenziarmi con i suoi allenamenti, come mi migliorò anche nelle mischie e nelle uscite! Gli debbo molto. Ho giocato con compagni grandi, grandissimi, i più forti del mondo, come Sivori e Charles fuoriclasse inarrivabili, anche oggi sarebbero i migliori, parola mia. Forse un asso solo li superava. perché era anche un genio: Schiaffino, uno che difendeva e subito dopo piazzava l’assist vincente. No, non mi lamento della mia carriera, mi ha dato tutto, la possibilità di conoscere il mondo, di vestire l’azzurro. La Nazionale, forse l’unico cruccio: trentaquattro gettoni fra Under e Nazionale B, ma una sola presenza, contro il Messico, nella rappresentativa maggiore. Prima ero troppo giovane, poi troppo vecchio. Ma è solo un piccolo neo».
In bianconero si ferma per nove stagioni mettendo insieme 305 gettoni di presenza (230 in campionato, ventinove in Coppa Italia e quarantasei nelle competizioni europee). Con la Juventus lega il suo nome alla Coppa Italia 1965 ed allo scudetto 1967. «Un giorno, un dirigente palermitano mi sussurrò: “Ti abbiamo venduto alla Juventus, ma non dirlo, se no scoppia la rivoluzione”. La gente mi amava. A Torino mi sedetti in uno stanzone davanti a Boniperti ed altri quattro dirigenti. Mi chiesero: “Quanti goal pensa di prendere?” Risposi: “Non so, venti-venticinque ...” Ne avrei presi il doppio: quartultimi. Poi parlammo di soldi. A Palermo prendevo cinque milioni, ne chiesi quattordici. Si alzarono in piedi tutti e cinque: “Lei è pazzo!” Poi, tra una clausola e l’altra, ne presi anche di più.
Charles si affezionò subito a me. Ci cambiavamo al Comunale, poi attraversavamo la strada per allenarci al Combi. Charles mi sollevava con un braccio solo e mi portava dal Comunale al Combi così, parallelo al terreno, come fossi un tronco. “John, mettimi giù che mi spezzi tutto!”, gli dicevo. E lui: “Anzolino, tu vieni con me”. Ai quarti di Coppa dei Campioni trovai il Real Madrid. Febbraio 1962. A Torino presi goal da Di Stefano. A Madrid vincemmo noi con Sivori. Nicolè sbagliò un goal al novantesimo, così ci toccò lo spareggio di Parigi, che perdemmo. Ma al Bernabéu avevo parato tutto, anche una cannonata di Puskas che mi arrivò al mento e mi stese. Nessuno, prima di noi, aveva sconfitto il Real in quella coppa. O come quando ci giocai con la Under 21 e tutto lo stadio mi salutò con i fazzoletti bianchi perché avevo parato anche i microbi: 0-0».
Incorniciata c’è la pagina di quella partita. Titolo: «Anzolin meglio di Zamora». In un altro quadretto: «Anzolin come Jascin». E poi, sulla parete, tutte le formazioni di Roberto, dal Marzotto in su. La Juventus 1966/67 è la filastrocca rimasta nella memoria di tanti juventini: Anzolin, Gori, Leoncini ... la formazione del tredicesimo scudetto. Heriberto Herrera ed il “movimiento”.
«Sulla carta non eravamo i più forti, ma i nostri punti ce li siamo guadagnati tutti ed io presi solo diciannove goal. All’ultima giornata, Sarti fece la famosa papera a Mantova, noi battemmo la Lazio e scavalcammo l’Inter. Uno dei due raccattapalle dietro la mia porta aveva la radiolina: “Signor, Anzolin, l’Inter sta perdendo!” Al fischio finale, tutti saltarono in campo. Io mi tolsi la maglia, la posai a terra con calma e mi incamminai verso lo spogliatoio dove mi fumai una bella sigaretta».
La signora Gabriella si illumina come la dolomite al sole. «Nessuno parava meglio di Roberto in quel periodo. Ai Mondiali del 1966 avrebbe dovuto giocare lui. Ma Albertosi giocava vicino a Coverciano ed era molto più diplomatico di Roberto. Se mio marito avesse avuto il mio carattere».
Roberto raccoglie l’assist: «Quel diagonale del coreano io l’avrei parato. Sicuro. Ma è vero: io non mi vendevo molto bene. Per un errore di Zoff i giornali avevano sempre giustificazioni».
Vince, nel 1968, il Premio Combi, attribuito da giornalisti ed addetti ai lavori, al miglior portiere italiano. Lascia Torino nell’estate del 1970 e si accasa all’Atalanta con la quale, nella stagione 1970/71, in serie B, stabilisce il record d’imbattibilità, tenendo inviolata la propria rete per ben 792 minuti, contribuendo alla promozione in serie A della squadra orobica. Dopo Bergamo continua l’attività fino a quaranta anni al servizio di Vicenza, Monza, Riccione ed Juniorcasale. Nell’ultimo quadretto Roberto Anzolin ha quarantadue anni.
«Avevo smesso, però il Valdagno, in Promozione, mi pregò di sostituire il portiere malato. Presi 4 goal in 26 partite. Nel derby decisivo, contro il Malo, staccai una punizione dall’incrocio e la gente disse: “Però, il nonno!” Poi, ho provato a fare l’allenatore, ma a Gorizia mi licenziarono mentre ero in testa con sei punti sulla seconda. Così, ora alleno i Pulcini. Il mio fegato ci guadagna ed anche il mio cuore. Nel luglio del 1997, il giorno prima del Centenario della Juventus, eravamo in montagna. Sentii un dolore, un fastidio alle ascelle. Dissi: “Io di qui non mi muovo”. Misi a terra lo zaino con calma».
Come aveva messo a terra lo maglia il giorno dello scudetto. Un infarto a occhi aperti. La signora Gabriella ci mostra una montagna sul calendario. «L’elicottero del soccorso atterrò proprio qui». Nell’attesa, lei gli tenne la mano. Come allora. Stesse montagne. E lo ha accompagnato fuori un’altra volta.

 


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