Gli eroi in bianconero: JULIO CESAR

di Stefano Bedeschi
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Classe 1963, da Bauru, Julio Cesar rinverdisce, tre lustri dopo l’addio di Altafini, la tradizione dei brasiliani importanti della Juventus. Esploso con la maglia verdeoro ai Mondiali messicani del 1986, Julio Cesar strappa un buon contratto in Europa ai francesi del Montpellier e non si capisce come italiani, tedeschi e spagnoli se lo facciano scappare. In Francia, il ragazzo inizialmente patisce il clima e solo dopo un paio di stagioni torna ai livelli del 1986. Quanto basta per richiamare l’attenzione della Juventus appena affidata all’estroso Maifredi, che ha fatto man bassa di campioni all’attacco (Baggio, Häβler, Di Canio) ma che dietro appare piuttosto fragile. In extremis, dunque, arriva il difensore brasiliano: passo felpato, buona visione di gioco, lancio lungo all’occorrenza e un tiro portentoso.
È decisivo in Coppa delle Coppe quando, nella partita di ritorno della semifinale, incontra il Barcellona in un Delle Alpi stracolmo: annulla da solo le folate dei catalani e propizia l’episodio decisivo, la punizione di Roberto Baggio per il goal dell’1-0 che, peraltro, non basta a proiettare la Juventus verso la finalissima. Tornato al timone bianconero Giovanni Trapattoni, Julio Cesar è confermato e inizia una nuova vita: in una squadra più bloccata, con uno stopper vero (Carrera), diventa un libero molto elegante e la Juventus riprende immediatamente quota, arrivando seconda alle spalle del Milan e sfiorando la vittoria in Coppa Italia.
«A Torino mi sono ambientato subito – confessa – la città la sento oramai mia; bella e storica, praticamente unica. La Juventus? Nessuno ha il fascino di questo club. Per non parlare, poi, dei nostri tifosi; in qualsiasi città o stadio d’Europa, anche il più piccolo e impensabile, non siamo mai soli. Ho modificato il mio modo di giocare, adattandomi al campionato italiano. Prima cercavo di uscire dall’area di rigore con il pallone tra i piedi e di impostare una nuova azione, anche quando mi trovavo in una posizione difficile; adesso gioco sempre di prima, ma quando vengo assalito dagli avversari e la mia area di rigore è piena di giocatori, non ci penso due volte e lancio via il pallone».
È il preludio alla miglior stagione del brasiliano, il 1992-93, l’anno della conquista della Coppa Uefa. Julio Cesar forma, con Kohler Eisenfuß (piede d’acciaio), la miglior coppia difensiva del nostro campionato, nonostante la frattura di una gamba, che lo tiene fermo per ben quattro mesi. Era l’inizio di ottobre, a Napoli, il giorno del primo successo esterno bianconero del campionato: «Rompersi una gamba è scioccante, ma lo è ancora di più rimanere fuori dal giro, camminare con le stampelle, vedere gli altri che giocano e non poter fare nulla per contribuire. Nella disgrazia, mi ha aiutato molto stare in famiglia a Campinas. Lì, con i miei amici, ho accelerato i tempi di recupero; ho svolto decine di sedute fisioterapiche, mi sono dannato l’anima per recuperare. Posso garantire che il primo allenamento a Torino, con i compagni e Trapattoni, è stato emozionante».
A trentun anni, nel 1994, è ceduto al Borussia Dortmund, dove raccoglierà altra gloria. In bianconero, comunque, si fa ricordare assai bene, con 125 partite e sei reti, di cui due nelle coppe europee.

 


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