Gli eroi in bianconero: Fernando LLORENTE

di Stefano Bedeschi
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È divertente rileggere ciò che quotidiani e settimanali scrivevano a settembre dedicando la propria attenzione a Fernando Llorente – scrive Fabio Vergnano su “HJ”  del luglio 2014 – giudizi superficiali, in gran parte dettati dalla scarsa conoscenza di un centravanti che, invece, aveva dato prova delle proprie qualità. La verità è che all’inizio lo spagnolo ha avuto normali problemi di adattamento al gioco e alla preparazione da Marines di Conte, ma una volta ritrovata la condizione ideale, ha dimostrato di essere un campione e un giocatore fondamentale nella stagione del terzo scudetto e dei record annientati. Diciotto gol di cui sedici in campionato e due in Champions, entrambi contro il Real, terzo dopo Tévez e Pogba per numero di tiri in porta. Non male per un giocatore che veniva da una stagione in cui aveva giocato pochissimo e che doveva capire come funziona alla Juve: chi fa il centravanti deve pure fare il difensore. Ed eccolo qui il Re Leone. Dannazione delle difese avversarie, idolo delle ragazze che apprezzano in lui altre qualità molto poco calcistiche. Voltandosi indietro Fernando non ha voglia di polemizzare, ma qualcosa precisa: «Chi parlava non mi aveva mai visto giocare. Non è stato facile, gli allenamenti di Conte sono durissimi, in più dovevo capire i movimenti che lui chiede agli attaccanti».
Il periodo peggiore durante le amichevoli negli Stati Uniti. Tutto alle spalle. La verità è che nei suoi confronti l’attesa era fortissima. Arrivato scortato dal doppio titolo di Campione del Mondo e d’Europa, Llorente ha segnato il primo goal ufficiale soltanto il 22 settembre contro il Verona e poi, rotto l’incantesimo, ha dimostrato di essere la spalla ideale per Tévez e non si è più fermato. A “HJ Magazine” ha raccontato la sua storia, partendo da quando per lui era soltanto un sogno affermarsi come uno dei maggiori protagonisti del calcio europeo.
Fernando, calcio primo amore? «Il football la mia passione fin da piccolo, non c’era altra idea nella mia testa, ho avuto subito chiarissimo quello che volevo fare. Per questo ho lasciato il mio paesino, Rincon de Soto nella regione La Rioja, e i miei genitori ad appena dieci anni. Ho avuto la fortuna che mamma e papà mi hanno permesso di andare via così giovane, ma sapevano che avevo questo sogno di arrivare un giorno a essere un giocatore importante. Ci sono riuscito, ho fatto grossi sacrifici, però sono stato ricompensato e ora mi sento un privilegiato. Sono perfino andato oltre le attese, riuscendo a vincere cose che mai avrei pensato, conquistando anche la Nazionale spagnola».
Quindi chiariamo l’equivoco: rioano, non basco, vero? «Esattamente. Anche se sono legato a Bilbao e alla cultura basca, perché è lì che sono diventato un calciatore».
Bilbao era già una tappa importante, ma la sua ambizione andava oltre la squadra bilbaina? «L’Athletic è una squadra speciale formata soltanto con giocatori baschi che non hanno mercato. Quindi non sapevo che sarebbe successo alla fine, avevo immaginato tutta la carriera con la stessa maglia. Tuttavia dentro di me a un certo punto c’è stato il desiderio di cambiare, volevo andarmene alla ricerca di una squadra da sogno, che mi facesse fare un passo avanti e mi permettesse di crescere come giocatore. Non è stato facile, non sai mai se quando fai una scelta è quella giusta».
Adesso possiamo dire che non ha sbagliato? «Mi sono ambientato in fretta sentendomi presto importante. È stato speciale».
Al momento di lasciare la Spagna aveva altre possibilità oltre la Juve? «In realtà qui mi hanno voluto fortemente, mi hanno trasmesso grande fiducia. Non ho avuto dubbi».
E per calarsi subito nella nuova realtà, ha dimostrato grande intelligenza e sensibilità arrivando a Torino già con una buona padronanza dell’italiano. Perché ha studiato la nostra lingua in anticipo? «Per integrarmi al più presto con i nuovi compagni, con l’ambiente in cui dovevo vivere. Mi è sembrato il modo migliore per semplificare la conoscenza con un paese che, in fondo, culturalmente non è distante dalla Spagna».
Così Llorente è diventato il secondo spagnolo nella centenaria storia della Juve dopo Luis Del Sol. Non le sembra singolare questo fatto? «Mi hanno detto che gli spagnoli qui non hanno avuto fortuna. È certamente un fatto strano. Io non posso lamentarmi e il mio rendimento può ancora migliorare. Mi sento al cento per cento adatto al calcio di questa squadra».
Arrivando alla Juve ha avuto la sensazione di essere entrato a far parte di un mondo molto diverso? «Sì, ho dovuto imparare tante cose, ero abituato a giocare in un altro modo dopo tanti anni nella stessa squadra. Prima di tutto è stato complicato assimilare il gioco di Conte, poi entrare in sintonia con compagni nuovi. Senza contare che alla Juve si lavora in maniera diversa e più intensa. Sapevo cosa mi aspettava, ma la realtà è andata oltre le previsioni. Mi ero allenato molto prima di arrivare per non farmi trovare impreparato. Nonostante tutto, come si è visto, ho avuto problemi all’inizio».
Cosa l’ha impressionata maggiormente al primo contatto con la nuova realtà torinese? «La gente. L’entusiasmo che mi ha travolto già all’aeroporto è stato incredibile. I tifosi cantavano una canzone con il mio nome, non mi aspettavo una cosa del genere. È stata una bella sorpresa. E poi il club, l’accoglienza del presidente Agnelli, quella dell’allenatore e dei compagni. Mi hanno fatto sentire in famiglia, come fossi a casa, mi ha dato grande fiducia».
Llorente e Tévez come Del Piero e Trézéguet. Le piace il paragone? «Con Carlitos c’è grande affiatamento, nonostante che siamo insieme soltanto da qualche mese. Questo significa che possiamo migliorare. Lui è un guerriero, difende bene il pallone. È piccolo ma difficile da spostare».
Lei si è dimostrato un grande attaccante, ma non sembra la classica punta che vive di goal. «Segnare è importante, però, è vero, sono molto altruista. Mi piace giocare per la squadra, se c’è un compagno piazzato meglio di me, non vedo perché non devo passargli la palla».
Eppure né lei né Tévez siete andati al Mondiale, non sono bastati trentaquattro goal in coppia per convincere Del Bosque e Sabella. Come lo spiega? «Vedremo le partite in TV ed è strano. Ma sono i Commissari Tecnici a decidere, noi non possiamo fare nulla».
Lei ha segnato grandi goal di testa, ma altri altrettanto spettacolari di piede. Dove pensa di essere più bravo? «La mia qualità da piccolo erano i piedi. Poi sono cresciuto tanto e ho dovuto adattarmi alle trasformazioni del fisico. Ricordo un momento della mia adolescenza in cui non è stato facile imparare a dominare il mio corpo. È complicato sfruttare le doti che hai quando sei piccolo e poi cresci com’è successo a me. Inevitabilmente non sei più tanto veloce. Ma per fortuna sono riuscito a mantenere la destrezza che la natura mi ha dato».
Ricorda il primo goal importante della sua carriera e quali sceglierebbe fra quelli segnati con la maglia bianconera? «Non vado tanto indietro, una rete pesante è stata quella di due anni fa in Europa League segnata al Manchester United. Qui i goal sono stati tutti significativi, perché mi hanno dato fiducia e mi hanno aiutato a crescere. Però quello di sinistro contro il Livorno e l’altro di tacco con il Sassuolo li ricorderò a lungo».
In Italia il calcio non vive un momento esaltante. Juve, Roma e Napoli a parte, il resto è sembrato di basso profilo. Agonismo tanto, spettacolo poco. Qual è stata la sua sensazione da neofita? «Ho scoperto un calcio molto tattico, qui le squadre non si sbilanciano mai. Prendono un goal o due, eppure non cambiano atteggiamento. In Spagna chi perde si apre, cerca di girare la partita a proprio vantaggio. Ho notato che questo accade in particolare contro la Juve. Ricordo, per esempio, il derby: noi abbiamo segnato, ma il Toro non si è scoperto per pareggiare, è uscito fuori soltanto negli ultimi dieci minuti».
A proposito di Spagna: quest’anno due squadre del suo paese hanno disputato la finale di Champions. Il dominio europeo è sempre più un affare spagnolo? «Real e Barcellona sono una certezza da anni, ma quest’anno mi ha sorpreso l’Atletico Madrid. Liga e finale di Champions, non si può che rimanere stupiti e applaudire la squadra di Simeone. In generale al movimento calcistico spagnolo ha fatto bene cominciare a vincere. La svolta c’è stata dopo l’Europeo 2008. Ora anche a livello di Nazionale siamo consapevoli del nostro valore. Proprio la Juve insegna che vincere aiuta a vincere».
Quanto le manca la Spagna, con le sue abitudini di vita diverse? «Sono lontano dal mio paese da pochi mesi, non provo vera nostalgia anche perché qui mi sento a casa. In fondo l’Italia è molto simile alla Spagna come cultura e stili di vita».
Lo sport per lei è soltanto calcio, o ha altre passioni? «Mi piace il tennis da spettatore, però. Conosco Ferrer e Nadal, è uno spettacolo vederli giocare. In generale seguo gli atleti spagnoli. Nel basket Paul Gasol, nell’automobilismo ammiro Fernando Alonso, che ho conosciuto l’anno scorso a Monza».
Come vive Torino? «Mi sono ambientato subito. Abito in centro a due passi da Piazza San Carlo dove mi piace passeggiare soprattutto alla sera quando è tranquilla. Frequento i locali, dove trovo altri compagni. Però gli allenamenti di Conte sono molto pesanti, ti fanno passare la voglia di divertirti. Cosi il verbo che declino di più è riposare».
La sua fidanzata Maria Lorente, il cognome ha una “L” sola, la raggiunge spesso? «Ogni tanto mi fa compagnia, ma spesso vivono con me anche i miei genitori. Maria è medico endocrinologo in Spagna e quando si stava specializzando ha avuto la possibilità di fare tirocinio in un altro paese. Ha scelto Torino per fare questa esperienza, ha lavorato alle Molinette. È stata qui tre mesi».
Vi siete conosciuti da ragazzi. Una bella storia da raccontare. «Sì a diciotto anni a Bilbao. Lei studiava ed io ero ancora un giocatore che sperava di diventare qualcuno. Nella residenza abitata dai calciatori fuori sede c’erano anche gli studenti. Lei arrivava da San Sebastián e non sapeva nulla di calcio. Adesso vede tutte le partite».
Quando ci siamo incontrati nel centro di Torino per il servizio fotografico di questa intervista, abbiamo avuto la conferma di come le ragazze la ammirino. E qui la bravura con il pallone non c’entra. Maria è gelosa? «Lei non troppo. Io per niente, non me ne dà motivo. Piaccio alle donne? Non ci bado: sono una persona normale, preferisco che si parli di me come calciatore. Anche se accetto volentieri di fare shooting fotografici per riviste che non si occupano del mio lavoro». Attaccante in carriera, musicista mancato? «Da piccolo suonavo il pianoforte e il clarinetto. Ho studiato musica per cinque anni. Ora ho dimenticato. Già a Bilbao ho dovuto mettere da parte le mie velleità musicali, perché fra scuola e allenamento il tempo volava via e non riuscivo a esercitarmi».
Ora cosa vuole ancora vincere? «Sarebbe bello un trofeo europeo, è quello che manca a me, alla Juve e ai tifosi. Ma anche un altro scudetto non sarebbe male. Tuttavia è un errore pensare di partire favoriti per i 102 punti di questa stagione. Il campionato è una maratona, la Champions è più breve, però trovi avversari più agguerriti. L’importante sarà non avere troppa pressione e contare anche sulla fortuna».

Questo era Fernando Llorente appena terminato il primo campionato juventino, giocato da grandissimo protagonista. Naturale aspettarsi, nella seconda stagione, la consacrazione definitiva. Ma qualcosa cambia nella Juve e non certo cosa da poco: Conte sbatte la porta e se ne va in Nazionale, sostituito da Massimiliano Allegri. L’allenatore livornese comincia confermando in toto il lavoro del predecessore ma poi, com’è logico che sia, impone il proprio modo di interpretare il calcio e dal 3-5-2 con Fernando prima punta a sostegno di Tévez, passa alla difesa a quattro con il trequartista. Allegri preferisce schierare due attaccanti mobili e intercambiabili, ruolo che Fernando fatica a interpretare. L’esplosione di Álvaro Morata, arrivato in prestito dal Real Madrid, completa il quadro della stagione così tribolata di Llorente. Non sono tanto le presenze a calare (quarantacinque in totale), quanto le reti (solo nove) e, soprattutto, il rendimento. Tévez gioca quasi da trequartista, arretrando spesso il suo raggio d’azione e Fernando si trova stretto nella morsa dei difensori avversari dalla quale fatica tantissimo a districarsi. Morata è più abile con la palla al piede, è più veloce, salta l’uomo più facilmente e sfrutta abilmente il grande lavoro di Carlitos. E, soprattutto, segna tanto. Arrivano un nuovo scudetto, la Coppa Italia, la finale di Champions League contro il Barça, durante la quale Fernando viene schierato solamente negli ultimi minuti, e l’impressione di un’annata non certo positiva. Con queste premesse parte la stagione 2015-16 ma appare chiaro che qualcosa si è rotto: il suo nome figura nella lista dei partenti dettata da Allegri e, dopo aver conquistato la Supercoppa Italiana e aver giocato la prima partita di campionato contro l’Udinese (sempre entrando dalla panchina), il Navarro ritorna in patria, destinazione Siviglia.

«È stato un vero piacere aver vissuto due anni della mia vita nella Juventus, un piacere immenso condividere tante vittorie, allegria e momenti magici con tutti i miei compagni e con tutti voi tifosi. Grazie alla famiglia bianconera per tutto l’appoggio ricevuto, mi sono sentito molto amato in ogni momento e vi porto tutti nel cuore».


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