Gli eroi in bianconero: Enrico CANFARI

di Stefano Bedeschi
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Socio fondatore e secondo presidente – scrive Renato Tavella – nato a Genova il 16 aprile 1877. Da ritenersi l’indiscusso trascinatore dei primi passi juventini. Nella torinese officina di biciclette di Corso Re Umberto 42, che condivide col fratello Eugenio, si tiene la storica riunione da cui nasce la società. Eletto presidente nel secondo anno di vita societaria, si attiva per organizzare le prime partite e far confezionare le prime maglie, quelle leggendarie di colore rosa. Della primissima formazione che si confronta sui prati del Valentino coi pionieri del gioco si assegna il ruolo di avanti centrale ma, ben presto, si fa da parte preferendo l’arbitraggio. Laureatosi in chimica, la professione sovente lo conduce in Inghilterra da cui trasferisce e diffonde, primo in Italia, il riconosciuto Regolamento Arbitrale. Allo scoppio della Grande Guerra parte volontario col grado di capitano e pochi mesi dopo, il 22 ottobre 1915, muore sull’Isonzo.
Aveva chiesto il consenso alla mamma, prima di offrirsi volontario. Nominato sottotenente alla scuola allievi ufficiali, era stato promosso tenente a un primo richiamo e ora era salito al grado di capitano, in questi primi giorni di conflitto. Arriva come una fucilata, la notizia della sua morte sull’Isonzo. Scrive alla madre, in data 10 novembre 1915, il sottotenente Antonio Cutietta, 12° Fanteria, 3ª Compagnia: «Egregia Signora, con l’animo profondamente commosso Le comunico i particolari della morte del mio Capitano che, più che un superiore era per noi un vero padre; tutti lo amavamo e, per quanto sia stato poco tempo al comando di questa Compagnia, pure ne apprezzammo le doti e ne serberemo imperitura memoria. Il giorno 22 alle ore undici ci fu dato l’ordine di lanciarci all’assalto di una trincea nemica. Egli, dopo avermi comunicato l’ordine e rincuorato i soldati, si è spinto oltre la nostra trincea per scacciare il nemico che stava a pochi passi. Tutti allora lo abbiamo seguito e già eravamo sulla trincea del nemico, quando una malaugurata pallottola di fucile lo colpì in pieno petto. Cadde a me vicino senza dire una parola; mi chinai su di lui per rialzarlo: non respirava più. La sua morte era stata fulminea! Signora, quello è stato per me un momento doloroso: avevo il mio Capitano ai piedi e la Compagnia davanti. Ho dovuto compiere il mio dovere, cioè prendere il comando della Compagnia; ho chiamato quattro soldati, ho affidato loro la salma del nostro amato Padre e l’ho fatto portare indietro per dargli onorata sepoltura, mentre io ho seguito la Compagnia per non far sbandare i soldati. Ora si trova seppellito nel piccolo cimitero improvvisato di Sdrussina. Ciò è quanto ho potuto fare. E ora in nome degli ufficiali tutti e di tutti i soldati Le invio le più sincere condoglianze».
Alcuni mesi prima di morire aveva scritto per il bollettino “Hurrà!” la storia sulle origini e i primi anni di vita della Juventus.
«Lo vidi e doveva purtroppo essere l’ultima volta – racconta Domenico Donna su “Hurrà!” nel dicembre del 1915 – ravvicinati dopo parecchi anni di lontananza, c’eravamo piantati l’uno dinanzi all’altro in attento esame per scoprire a vicenda gli effetti del tempo e spiattellarceli francamente e gaiamente sul viso. Io gli avevo trovato meno capelli in testa ed egli, più caritatevole, non mi aveva rivelato alcun cambiamento. “Tal quale (mi disse) sempre brut istess…”. Il frizzo era il suo genere congeniale. D’intelligenza pronta egli sapeva ribattere parola, opporre scherzo a scherzo, ma senza acrimonia e soprattutto senza invidia. Per la forma non aveva che una sdegnosa alzata di spalle. Sdegnava il convenzionalismo e le apparenze. Giovanissimo, già poco gli importava del giudizio altrui, se questo unicamente derivava dal vestire, dalle mani callose, dal volto annerito dal fumo. Sfido! Egli lavorava: egli, agiato, faceva il meccanico in società col fratello, s’incalliva le mani con rude fatica, perché l’aveva tentato l’appena nascente industria ciclistica. Che c’era di strano? D’altronde non erano volgari meccanici: il loro ideale richiedeva una somma di operosità, di cultura, di tenacia, della quale non tutti sarebbero stati capaci. Volevano diventare costruttori, volevano che la macchina in ogni sua parte fosse prodotto genuino del loro studio e del loro lavoro; in essi fondevano i due fattori che nella grande industria sono quasi sempre divisi: l’ingegnere e l’operaio. Compito allora né facile né breve, e nel quale pure riuscirono senza essere assillati dal bisogno. Unicamente li spingeva il desiderio dell’operare, la gioia del trionfo, l’orgoglio del bastare a se stessi… E sempre sulla voce dell’incudine, sul ronzio del tornio si levava acuto e giocondo il canto di Rico…».

 


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