Gli eroi in bianconero: Carlo MATTREL

di Stefano Bedeschi
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Nato a Torino il 14 aprile 1937. Cresciuto nella società bianconera, dietro alla rete di Viola, apprende, annota, disegna parate nelle pagine dell’immaginazione, sognando di poter indossare, un giorno, quella maglia così gloriosa. Riesce raggiungere l’organico della prima squadra appena ventenne (dopo un anno trascorso in prestito all’Anconitana) ed è subito titolare nella favolosa stagione 1957-58, conclusa con lo scudetto della stella. Portiere di calma olimpica, dall’innato senso del piazzamento, Mattrel è, inoltre, dotato di grande agilità. Secco come un grissino, aria sognante, apparentemente svagata, mille volute di biondo-oro gli aureolano quel faccino tondo e infantile. Sta tra i pali e acchiappa tutto, palloni alti, tesi, radenti e parabolici: un talento naturale.
Nella Juventus, dove titolare inamovibile è comunque per il solo torneo 1957-58 (con l’esclusione della stagione 1961-62 che disputa in mezzo ai pali del Palermo) si ferma fino a tutto il campionato 1964-65, totalizzando 115 presenze (novantatré in campionato, diciassette in Coppa Italia e cinque nelle Coppe europee). Con i bianconeri vince tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e altrettante volte la Coppa Italia (1959, 1960 e 1965).
Il suo compagno al Palermo, Alberto Malavasi, lo ricorda: «Non aveva eccelse doti acrobatiche e atletiche, ma sapeva organizzare la difesa come nessuno. Lui era sempre piazzato: sorprenderlo era un’impresa, perché Carletto sapeva prevedere tutte le traiettorie. Era un professionista di rara serietà; studiava tutto, si allenava come un certosino, non lasciava nulla al caso».
Nel 1965 la Juventus lo cede al Cagliari e dopo un paio d’anni in Sardegna si accasa alla Spal. Dopo due gettoni con la Giovanile e una con la Nazionale B raggiunge la maglia azzurra della massima rappresentativa che indossa due volte, prendendo parte alla sfortunata spedizione per il mondiale cileno del 1962.
«Ho avuto le mie disavventure – raccontava Carletto – e ho anche sofferto tanto, ma sono sempre riuscito a superare tutto. Sono dovuto anche rimanere fermo un anno per la schiena, però, ho ricominciato da capo, con pazienza e con ostinazione. A Palermo ho passato un anno fortunato che mi ha procurato la convocazione in Nazionale; poi, sono tornato alla Juventus, cominciando la serie di stagioni altalenanti, di alti e bassi, di concorrenze con Anzolin. Ho attraversato, anche, momenti di scoraggiamento; apparenza a parte, sono una persona molto sensibile. Ora, posso dire che quanto mi capitava era normale per un calciatore e che io ho sempre drammatizzato per mancanza di esperienza. Ho smesso presto con il calcio, ma non ho grossi rimpianti; ma doveva andare così e accetto il tutto con fatalismo».
Di un calciatore, solitamente, si ricordano le tappe di una più o meno luminosa carriera; si elencano le vittorie e le sconfitte, scudetti e Coppe, si rammenta prima di tutto, e spesso soltanto, il calciatore. Eppure, dovendo parlare di Mattrel, si sente fortissima la necessità di anteporre a tutto, una testimonianza del cuore e ricordare l’uomo e il calciatore, perché l’uomo non ha mai abbandonato l’atleta.
«Era un uomo ironico, intelligente, simpatico e davvero buono con tutti – racconta la moglie Grazia – i difetti? Forse la sua immensa e sincera bontà poteva essere scambiata da qualcuno per ingenuità; poi, probabilmente, era troppo juventino: se così non fosse stato, avrebbe accettato ingaggi più importanti in società altrettanto prestigiose mentre, invece, per non tradire mai la sua fede, non ha mai osato dire di no alle offerte dei dirigenti bianconeri».
Il ricordo del figlio Diego: «Papà ci raccontava spesso di quando, a dieci anni, con una scusa qualsiasi usciva di casa e si precipitava al Combi, per assistere all’allenamento della Juventus. Se ne stava un po’ sugli spalti e poi, quatto quatto, scavalcava la rete e si piazzava dietro la porta di Viola, il suo idolo di sempre. Poiché si offriva regolarmente di fare il raccattapalle, nessuno trovava il coraggio di cacciare quel moccioso così simpaticamente invadente; con grande costanza, da quella posizione privilegiata, mio padre cercava di imparare il senso di posizione e di assimilare tutti i trucchi del mestiere. Un bel giorno, Parola, dopo aver scorto per la centesima volta quel biondino a bordo campo, decide di fargli sostenere un provino. A dodici anni aveva inizio la favola del bambino che si apprestava a diventare grande, soprattutto grazie al calcio. Vennero presto le convocazioni in tutte le rappresentative Nazionali e poi i tre scudetti, le due Coppa Italia, la stagione in prestito al Palermo, i campionati mondiali in Cile e il ritorno in bianconero per altri tre campionati, coincisi con l’eterno dualismo, sempre mal digerito, con l’amico Anzolin. Ma, a lui, bastava giocare per la sua Juve: quando si trattava di discutere il rinnovo del contratto, si faceva forza degli aumenti ottenuti dai compagni e annunciava ad amici e parenti: “Quest’anno voglio proprio strappare un bell’ingaggio”. Ma poi, una volta che si trovava di fronte ai dirigenti, non aveva mai il coraggio di chiedere di più e finiva sempre per accettare la stessa cifra o, forse, addirittura meno dell’anno precedente. Il problema era che, in Juve, tutti, proprio tutti, sapevano che, pur di indossare quella maglia, avrebbe giocato anche gratis».
Un destino dispettoso e beffardo, lo porta via ai suoi cari a soli trentanove anni, in un tragico incidente stradale, non concedendogli mai di sfogliare, orgoglioso, l’album dei ricordi: «Mio marito era andato a Barbania, nel Canavese, per un pranzo di lavoro e, alle 15:30, mi aveva telefonato per dirmi che stava per partire alla volta di Carmagnola, dove, nel tardo pomeriggio, avrebbe dovuto disputare una partita di beneficenza con le Vecchie Glorie, a favore dei terremotati del Friuli. Quella è stata l’ultima occasione in cui ho sentito la sua voce; a Front Canavese, per cause mai completamente accertate, la sua 131 è finita fuori strada e, sullo slancio, ha terminato la sua corsa contro una betulla. Carlo è morto sul colpo, dopo aver battuto la tempia sul parabrezza, non ostante l’urto in sé non fosse stato particolarmente violento; l’autovettura, infatti, era ancora in buone condizioni. La fortuna gli era stata assai nemica; un anestesista, che aveva assistito all’incidente, lo ha soccorso immediatamente ma, purtroppo, il suo intervento è risultato vano. Era il 1976 e il mio Carlo aveva solo trentanove anni!».

 


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