Gli eroi in bianconero: Angelo CAROLI

di Stefano Bedeschi
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Nasce a L’Aquila il 7 aprile 1937; è uno dei ragazzi che Puppo, l’allenatore che a metà dei Cinquanta cerca di traghettare la Juventus verso orizzonti più prestigiosi, lancia in prima squadra, per imparare dai Viola e dai Boniperti.
Di buona tecnica e abbastanza grintoso, Caroli gioca in attacco nelle formazioni giovanili, e il mister lo lancia in prima squadra schierandolo a Bologna con la maglia numero nove di centravanti di posizione, appena compiuto i diciotto anni. Caroli non patisce alcuna emozione, gioca bene e segna addirittura il goal dell’importante (e pure rara, di quei tempi) vittoria in trasferta.
Così lo racconta l’immenso Vittorio Pozzo su “Stampa Sera”: «Impadronitosi della palla la mezz'ala juventina Bartolini scopriva un corridoio trasversale sulla sua sinistra al quale stava accorrendo il compagno di centro Caroli. Il passaggio rasoterra partiva pronto e preciso. Caroli, il diciottenne esordiente, non si faceva pregare: partiva deciso, inseguito da un paio di avversari li batteva in velocità, penetrava in area e giunto a distanza adeguata spediva con calma e precisione nella rete sguarnita. Tutto frutto del lavoro dei due novellini inseriti nella squadra bianconera per darle l'apporto di un po' di sangue giovane, questa rete che doveva decidere delle sorti della giornata. Bartolini aveva iniziato l'azione con prontezza di percezione, Caroli l'aveva completata con la punta di velocità, caratteristica dei giovani. Una mossa riuscita. Combi ha dichiarato: “L'esperimento dei giovani può ritenersi riuscito… Non dico che tutto sia andato alla perfezione, ma possiamo essere soddisfatti. Perciò bisognerà insistere su Caroli”».
Poi, comincia un lungo peregrinare in prestito, che lo porta a farsi le ossa a Catania, Lucca e Pordenone: «Ero un atleta, ramo salto in lungo; dicevano che potevo diventare un buon giocatore. Puppo, occhialuto filosofo dall’aria pacata e solenne, allenava la Juventus; mi fece debuttare, come centravanti, a Bologna. Me la cavai bene e segnai il goal del successo bianconero; fu un caso, ma fu così. Disputai altre quattro partite in Serie A, prima del derby; erano tempi durissimi per la squadra preseduta da Umberto Agnelli. La società stava uscendo da un ciclo nebuloso, occorrevano dei restauri; perciò, fu realizzato un lancio, in massa, di giovani. Ci chiamavano Puppanti; vissi momenti di celebrità, il mio autografo era richiesto, forse perché ero uno studente calciatore».
Quando torna alla Juventus, sono tornati i tempi d’oro: la squadra di Sivori, Charles e Boniperti contende all’Inter di Helenio Herrera lo scudetto. Caroli, ormai ventiquattrenne e da tempo trasformatosi in terzino di buon rendimento, ha solamente qualche sporadica occasione per contribuire ai successi di quella squadra, fregiandosi, comunque, a fine stagione del titolo di Campione d’Italia: «Al mio ritorno alla Juventus era tutto cambiato, Cesarini, Parola e Gren si passavano il timone della guida tecnica della squadra; il dottor Umberto Agnelli aveva compiuto due miracoli economici e tecnici, acquistando Charles e Sivori. Insieme a Giampiero Boniperti, fecero grande la Juventus degli anni Sessanta; io ero una delle comparse che vincevano lo scudetto perché coinvolti e non perché protagonisti. Io passavo di lì per caso e raccoglievo ciò che Boniperti, Charles e Sivori avevano seminato».
Titolare nel derby di ritorno insieme al giovanissimo Mazzia, si fa notare per la buona prestazione. Dopo qualche serio infortunio, nel 1962 viene ceduto al Lecco. Giornalista e scrittore, anche autore di delicate poesie, Caroli è da sempre vicino alla Juventus.

 


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